Tutti cantano De André. Senza capirlo

A 20 anni dalla morte il migliore omaggio sarebbe riconoscere l’inattualità della sua figura. E il vero messaggio delle sue canzoni

A 20 anni dalla morte di Faber il modo migliore per rendergli omaggio sarebbe l’onestà. Da un lato quella di ricordarlo per ciò che era: non un santo, non un profeta, nemmeno un poeta, ma un grandissimo cantautore. Dall’altro quella di riconoscere che la sua visione del mondo poco aveva a che vedere con il tentativo (iniziato praticamente dopo il funerale) di trasformarlo in un cantante per le masse. Anche se non sono mancati testi “impegnati” o comunque non banali da parte di cantautori o band recenti, la sua eredità musicale è difficile da stabilire. Impostazione vocale, arrangiamenti, contenuti, stile di Fabrizio De André ne fanno un unicum nel panorama musicale. E non si può d’altro canto assomigliare ad uno spirito libero senza il rischio di incappare in parodie o paragoni azzardati.

Per quanto riguarda la ricezione dei contenuti, é la società intera così com’è oggi, conformista, attaccata ai beni materiali e spietata coi deboli, che dovrebbe farsi un esame di coscienza quando canta le sue canzoni. Nessuno, giustamente, prende sul serio il ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini quando afferma di essere cresciuto «a pane e De André», dato che quelle parole fanno parte della propaganda elettorale (che non si ferma dopo le elezioni). A De André quest’Italia salviniana incattivita ed egoista coi migranti, così come tutte le Italie senz’anima che abbiamo visto in questi vent’anni, da Berlusconi a Renzi, avrebbe fatto schifo. E dato che è sempre stato benestante, se oggi fosse vivo e affrontasse il tema dell’immigrazione probabilmente non gli verrebbero risparmiate frasi come “portateli a casa tua” o magari persino l’etichetta di “buonista” o “radical chic” (che non é mai stato, data l’indole tragica che lo distingueva dai menestrelli “impegnati”).

Il modello occidentale basato sull’individualismo e la finta socialità di internet e di un mondo sempre più tecnologico e virtuale è lontano anni luce dalla visione di Faber, che si fondava sulla pietà e la comprensione per l’uomo in quanto essere fragile e imperfetto. Analizzando i suoi testi emerge un pensiero ben riassumibile da una delle frasi più note dell’anarchico russo Pëtr Alekseevič Kropotkin: «se riuscissimo a metterci nei panni degli altri non avremmo bisogno di regole». Non mancano gli aspetti controversi. De Andrè criticò gli attentati del terrorismo rosso, che secondo lui rafforzavano ancora di più il potere, ma espresse solidarietà al brigatista Renato Curcio, finanziò il giornale “A/Rivista Anarchica” e venne fatto spiare dai servizi segreti temendo che potesse aiutare i terroristi. D’altro canto si sforzò di comprendere persino chi prendeva in mano le armi non per un ideale ma solo per denaro, come i membri dell’”Anonima sequestri”, che lo rapirono assieme alla moglie Dori Ghezzi nel 1979 e dei quali cercò di raccontare il punto di vista in “Canto del servo pastore” e “Quello che non ho”.

In “Don Raffaè”, invece, ispirata al mafioso Raffaele Cutulo, ritrae una criminalità organizzata paradossalmente più vicina alla povera gente di quanto non sia uno Stato che «s’indigna e s’impegna», ma poi «getta la spugna» di fronte alle ingiustizie. Spiegando la genesi del brano “Amico fragile”, De André racconta un episodio emblematico del rapporto tra cantautore e pubblico. Si trovava in un «ghetto per ricchi» in Sardegna e tutti gli chiedevano di suonare. Ma lui invece avrebbe voluto parlare di Paolo VI, degli esorcismi, del diavolo e in generale della situazione in Italia. Ma quei rappresentanti dell‘alta borghesia insistevano, non volevano sentirlo parlare, volevano solo sentirlo cantare. Allora lui si è infuriato e li ha piantati lì, preferendo ubriacarsi.

Ecco, oggi è come se tutti ci fossimo trasformati in quel «ghetto per ricchi» che chiede a De André solo di cantare, di intrattenerci, di lavarci la coscienza con i testi “impegnati”, salvo poi continuare a pensare solo ai “nostri interessi”. Costruiamo il mito di De Andrè realizzando film agiografici sulla sua vita (il che fa ridere pensando a quanto fosse riservato) o chiamandolo poeta quando lui stesso, in una lettera a Mario Luzi, affermava di sentirsi più un divulgatore di letteratura (anche se l’amico di una vita Paolo Villaggio affermò che invece voleva essere ricordato come tale) e del resto molti suoi testi sono traduzioni o riscritture di poesie altrui. Ma ci siamo dimenticati che l’amante dei perdenti e fustigatore delle ingiustizie sociali, degli abusi di potere, del moralismo e fariseismo, non risparmiava nemmeno se stesso e di certo oggi non avrebbe risparmiato noi. «Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti».

(ph: Wikipedia)

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