Legittima difesa/2: pene certe e giustizia veloce, non far west

La legge caldeggiata da Salvini non é la soluzione migliore. Perché quando c’é un morto il processo s’ha da fare

In tempi recenti ha fatto il giro d’Italia l’immagine del carabiniere aggredito a Roma da alcuni “tifosi” della Lazio dopo la partita di coppa con l’Eintracht. Il militare si è messo in mezzo a una missione punitiva difendendo un tifoso tedesco e prendendosi così insulti e bottigliate in testa. Tutti, anche lo stesso ministro dell’Interno Matteo Salvini, hanno difeso il carabiniere e condannato l’aggressione. Da notare però che il suo merito è stato proprio quello di aver mantenuto il sangue freddo: lui, autorità costituita di fronte a un’evidente minaccia, ha evitato di sparare e per questo è stato elogiato. Un normale cittadino invece, tra qualche tempo, di fronte a una situazione anche meno pericolosa, potrebbe sparare ed evitare conseguenze in nome della legittima difesa. Questo se anche la Camera farà passare senza modifiche il testo della Lega. Un conto sono le istituzioni vicine alla gente, un conto è uno Stato che si defila (dopo essere stati “imprenditori di noi stessi”, ora dovremmo essere anche poliziotti, avvocati, medici, di noi stessi?).

Quello che preoccupa veramente della nuova legge è la non punibilità in caso di «stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto», la quale aggiunge che «agisce sempre in stato di legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’intrusione posta in essere con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica, da parte di una o più persone». Se i concetti di «grave turbamento» e di «altri mezzi di coazione fisica» sono stabiliti in maniera arbitraria, il rischio far west è dietro l’angolo. Torna alla mente per esempio l’assurdo caso di Luciano Re Cecconi, centrocampista della Lazio che avrebbe compiuto 70 anni lo scorso 1 dicembre e che invece fu ucciso a 28 anni da un gioielliere. Il calciatore entrò nel suo negozio assieme a due amici, i quali conoscevano il titolare, Bruno Tabocchini, che all’improvviso esplose un colpo di pistola colpendo il calciatore in pieno petto e uccidendolo. Tabocchini, che aveva da poco subito un furto, disse che Re Cecconi era entrato dicendo «fermi tutti, questa è una rapina» e mimando il gesto della pistola. I testimoni avrebbero poi smentito questa versione, inoltre pare che Tabocchini fosse stato perfettamente in grado di identificare le persone entrate in negozio, anche perché Re Cecconi era un calciatore famoso. Il gioielliere fu poi assolto perché si ritenne che avesse agito per legittima difesa. A 40 anni di distanza la vicenda presenta ancora molti lati oscuri.

Ora, è comprensibile che lo Stato non voglia dare l’impressione di accanirsi contro chi subisce le rapine: nella nuova norma infatti è giustamente eliminata la possibilità di risarcimento ai ladri o ai loro familiari. Ma quando c’è un morto non si può pretendere di evitare un processo che accerti i fatti. Piuttosto si può evitare di far pagare le spese processuali al rapinato e soprattutto si devono accelerare i tempi della giustizia e assicurare pene certe per i ladri. Nella maggior parte dei casi di furto i rapinatori sono seriali, quindi andrebbero bloccati prima di dover costringere i cittadini a difendersi da soli. Con la nuova legge invece sembra che si dica ai cittadini: «armatevi e fatevi giustizia da soli, lo Stato vi lascerà fare».

(ph: Facebook – Matteo Salvini)