Sì Tav, tanto paga Pantalone. Ma gli imprenditori non erano liberisti?

Quando si tratta di mega-opere a spese dello Stato, le lobby categoriali dimenticano di essere anti-stataliste. I numeri? Optional. Praticamente come i forestali siciliani

Buongiorno, mi chiamo Piccolo di nome, Medio di secondo nome e Imprenditore di cognome. Son veneto, indegno figlio di un padre da trincea, che l’azienda l’ha tirata su da solo sul serio, il che vuol dire senza aiuti pubblici di sorta (se non molto dopo, quando c’era la Liretta, quella certa quale competività valutaria rispetto ai nostri più diretti e feroci concorrenti, i Tedeschi). Sono iscritto a qualche associazione di categoria perché così fan (quasi) tutti, perché mi ci vuole un minimo di consulenza specie su leggi e norme, e perchè ci sta sentirsi parte di qualcosa, vedere e farsi vedere alle assemblee, ciacolare coi colleghi e informarsi su come se la sfangano loro. E poi, insomma, c’é sempre l’aupiscio o speranza che facendo massa, si possa anche contare come lobby. Mica devono esserci solo i sindacati, per dio.

A me lo Stato mi sta francamente sulle balle. Tasse voraci, tonnellate di scartoffie, tempi da lumaca in coma: per il mio lavoro, per la mia ditta, che é l’unica cosa che conta per me dopo (ma non tanto dopo) la mia famiglia, lo Stato é un nemico. Ben che vada, un ostacolo. Per questo sono anti-statalista e, anche se non ho mai letto von Hayek (che era a favore di un reddito universale di cittadinanza: sarà mica stato un grillino ante-litteram?), non posso non dirmi liberista, o neo-liberista. Il mercato è la mia stessa vita: sul mercato finisce quel che produco, dal mercato ricevo il profitto che rende possibile far andare andare avanti l’impresa, e possibilmente farla crescere. Il mercato quindi dev’essere più libero possibile. Anche perché la mia merce finisce all’estero, e le esportazioni (anzi export, perchè ormai l’italiano è stato sostituito dalle sigle e dall’inglesorum) meno barriere hanno, meglio é. Insomma, come diceva il Berlusca che era uno di noi (a parte la mega-giga-iper-sussistenza di Stato che ebbe dai governi degli anni ’80, specie da Craxi che era socialista di nome ma liberale di fatto): meno Stato, più mercato. Alla fin fine chiedo solo di poter fare quel che so e voglio fare meglio, affari, con meno impedimenti di sorta. Questo é il mio vangelo, e mi perdoni la citazione il buon Gesù che nel suo ha messo al centro l’agape, l’amore puro e incondizionato, e non il Pil.

Potete anche non essere d’accordo col sottoscritto, voialtri eterni comunisti che vi travestite da amici delle imprese, ma la mia logica fila e se permettete é legittima quanto quella dei lavoratori dipendenti (che io chiamo collaboratori, per velare la gerarchia). Bon, e con ciò? Mi sovviene un dubbio. Ma se noi dell’industria vera, non assistita tipo la ex Fiat, siamo per natura sostenitori della supremazia del privato sul pubblico, perché la mia associazione sta ingaggiando una specie di “Madre di tutte le battaglie” su un treno? Sì, lo sapete dai, la Tav, o meglio il Tav, il Treno ad Alta Velocità (che poi sarebbe capacità, perché mi hanno spiegato che ci andrebbero le merci, non le persone come viene già adesso sulla linea Milano-Roma, ad esempio). Anche a me al primo impatto é venuto da pensare che più si fa, si costruisce, si realizza, e più si dà una mano alla nostra Italia in declino industriale (-2,7% a novembre 2018 rispetto all’anno precedente, ma secondo me la colpa non può essere di questo governo: si era insediato appena cinque mesi prima!). Però ho fatto due conti e ho ragionato, e questa storia del Tav a tutti i costi non mi torna più.

Da uomo d’azienda sono abituato a valutare in base ai numeri, su cui poi eventualmente mi prendo un rischio (e se no, che impresa sarebbe, la mia?). Ora, leggo che le stime di traffico almeno per la Torino-Lione sono molto ottimistiche: basti pensare che nel traforo stradale del Frejus il numero di Tir è identico a quello di vent’anni fa (740 mila veicoli), e che sull’autostrada che collega il capoluogo piemontese con la Francia passano 11 mila mezzi pesanti contro i 33 mila della Torino-Piacenza. Ma soprattutto ci sono i costi, che io da capitano d’industria non posso non guardare con diffidenza: per le opere preliminare si è speso 1,5 miliardi e la spesa complessiva ne prevede altri 8,6. Si dice che non continuare significherebbe buttare i primi. Ma non sono così ingenuotto da non sapere che i costi a consuntivo saranno certamente superiori a quelli a preventivo, e se questa benedetta tratta rischia di essere sottoutilizzata, perché mai devo correre il pericolo, da contribuente, di sborsare altri miliardi? Meglio perdere poco ora, che molto, troppo, domani. Anche perché non é che poi sia così veloce, questo treno superveloce: 20 minuti di differenza fra le due città. Come dice un mio amico romano: capirai…

Come imprenditore privato, non mi accollerei mai un rischio così dispendioso. Ma i soldi non sono miei: sono dello Stato. Cioè di tutti. Anche miei. E’ questo che non mi quadra: come mai noi industriali siamo – giustamente – così rigorosi coi privati, e non lo siamo più quando i conti sono pubblici? Perché, da tendenziali liberisti che siamo contro i “laci e lacciuoli” (Guido Carli) dello Stato-matrigna, diventiamo keynesiani in saor invocando lo Stato-mamma che con miliardate iniettate dall’alto ci fa arrivare una fonte di guadagno che con il mercato c’entra poco e nulla? Ho letto su Vvox che anche Lottieri, che é dell’Istituto Bruno Leoni tempio del liberal-liberismo italiano, la pensa come me (e su Facebook ha scritto, testuale, che é anti-economica: leggetevi questo anche questo, le «ragioni liberali del no» al Tav). Intuisco la replica: anche per un fan della Thatcher le infrastrutture sono uno strumento indispensabile per favorire il libero mercato. Sì, ma non a ufo, senza un’abbastanza ragionevole certezza di essere convenienti, ipotecando i bilanci futuri per spese non adeguatamente giustificate. A me pare che molti miei colleghi si lascino invasare dall’idea, in sé irrazionale e dunque tutt’altro che seria e imprenditoriale, di “fare per fare”, di dover fare per far girare i quattrini pubblici nell’economia privata (il che ci starebbe anche, se noi fossimo per l’interventismo statale, ma allora dovremmo essere coerenti e volere anche un Welfare State “pesante”, mentre invece la sola prospettiva per noi é bestemmia), ché tanto paga Pantalone.

Mi viene in mente mio padre, uomo duro ma coerente fino al midollo: lui, questi mediocri assatanati attaccati alla poppa di Stato come un forestale in Sicilia, che giocano coi grafici di avveniristiche e galattiche linee con Kiev, li avrebbe sdegnati con disprezzo. Altro che andare in piazza. A lavorare, devono andare!

(ph: shutterstock)

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