Il Nordest secondo Revelli: declino, ma anche vitalità

Case, chiese e capannoni all’origine del mito (in gran parte reale) della “locomotiva”. Ma lo spirito resiste, adattandosi

Un paese difficile da riconoscere, di promesse mancate e gran fai da te. Nel libro “Non ti riconosco”, il sociologo Marco Revelli attraversa l’Italia in un viaggio da Torino a Lampedusa, «fuori dai luoghi comuni e dai falsi ottimismi», un viaggio alla scoperta del tessuto produttivo, economico e sociale che sta pian piano scomparendo, o almeno mutando sostanzialmente la sua pelle. Da Torino a Lampedusa, passando per il Veneto.

Capitolo terzo: “Il nord est di case, chiese e capannoni”. E di strade, autostrade, bretelle e cemento. Il cemento e i capannoni raccontano la rapida metamorfosi di una regione, il Veneto, che non ha saputo aspettare sé stessa, in uno slancio di emozione e riscatto che ha dato vita al secondo grande boom italiano. Revelli si lascia alle spalle la Brianza e mentre guida verso il profondo nord est passa per la deserta BreBeMi e costeggia gli squarci della Pedemontana. Fiori d’acciaio (così si chiama il procedimento giudiziario), la procura stima che nella Valdastico Sud, tra Vicenza e Rovigo siano stati sversati qualcosa come 155863 metri cubi di “materiale sporco”.

Cemento e capannoni. Trent’anni che hanno mutato il volto e l’anima della società veneta, un’accelerazione brutale, violenta che non ha saputo o voluto aspettare la cultura, rimasta molto indietro. Cemento, capannoni, ipermercati e ancora cemento. Revelli identifica il nord est come il luogo geografico migliore per vedere (proprio fisicamente) la discontinuità di spazio e di tempo che si consumò in quel decennio cerniera -gli anni Settanta- quando il baricentro del sistema produttivo italiano si rovesciò di colpo dal nord-ovest fordista al nord-est dei distretti.  Da “Sud del Nord” a “Giappone d’Europa”, la locomotiva d’Italia, da poaretti e migranti di tutte le rotte per le Americhe a protagonisti di un miracolo fragile ma esplosivo, di schei a palate e lavoro ossessivo che diventava vita stessa. Sguardo lontano e testa bassa, nel capannone e in casa che spesso si fondevano, il capannone era la casa, ma anche viceversa. Lavoro intenso e dedizione, gusto dell’eccesso e insieme understatement (richiamando “Schei” di Gian Antonio Stella), iperbole e sobrietà di questa terra. L’esplosione dei distretti industriali fu impressionante, difficile quasi a immaginare oggi per i più giovani, a metà anni novanta il Veneto esportava più di undici milioni di lire in merci, il doppio della media nazionale, sette volte la media meridionale. Un miracolo tardivo grazie a quel tirar dritto e far da sé,«col radicamento nella terra del contadino e l’abitudine ad andare nel mondo del migrante». Ci sono riusciti, per un po’.

Ma se la storia delle ascese è gloriosa da raccontare, quella della discesa agli abissi si sfilaccia tra colpe e rimpianti di uno stato assente e un modello che si inceppa. Parte della fine della locomotiva sta proprio nell’essenza del suo modello: vent’anni e tante svalutazioni per rendere competitivo un paese che già non voleva più esserlo, pochi investimenti, poca ricerca, poco sviluppo. Troppe svalutazioni, che hanno giovato e illuso il settore manifatturiero, veneto soprattutto. L’inizio della fine, perché di svalutazioni non si poteva campare, soprattutto dopo la rinuncia alla Lira. Se le svalutazioni erano il segnale, la crisi è stata il tracollo finale della locomotiva e dei suoi conducenti. Conducenti piccoli e medi che soffocati dalla morsa della crisi e del sistema paese iniziano ad ammazzarsi, una catena di suicidi e chiusure. 184mila posti di lavoro cancellati, 18 anni di crescita bruciati da tre anni di crisi secondo le stime, quattordici punti percentuali del PIL, un sistema a cascata, un effetto antropologico «connesso a quel comunitarismo egoista che aveva alimentato il processo di start up, quella prossimità assoluta, di paese, di borgata, di osteria, di vicinato sulla cui rete leggera ma densissima avevano viaggiatoknow how e autostima, marketing e status, competizione e cooperazione di prossimità intrecciate e su cui ora viaggiano i sintomi di una catastrofe esistenziale di tipo diverso».

Il Veneto è stato il luogo in cui si fallisce per troppi crediti, per un sistema incancrenito e per quell’effetto domino che non risparmia nessuno trasformando i crediti in debito inconsapevole ma crescente. Molto è andato perduto, ma non tutto. Lo spirito veneto resiste al tempo, conclude Revelli, crea figure nuove capaci di evolversi, di tuffarsi nella nuova tecnologia. Ci provano, meno di pancia e più di testa, e qualcuno ci riesce, con un mercato lento e una moneta forte. In una terra di costellazioni di piccoli e medi i grandi svettano, per produttività e investimenti; secondo l’ultimo rapporto sull’automotive, tra i settori ancora oggi a più alto valore tecnologico, le aziende venete su componentistica crescono e lo fanno innovando. Ma non sono tante e i settori forti, tipo il metalmeccanico, sembrano entrare in un nuovo periodo buio. Anche se i veneti sembrano volerne fare a meno lo Stato serve, o almeno servirebbe. Nel frattempo, si cerca di reinventarsi, velocemente come si sa fare da queste parti, stampanti 3D (sempre nei capannoni) e makers nella nuova era della digitalizzazione, dove sapere, cultura e tecnologia contano più che mai. Il mondo che si rovescia, da «terra di gente ignorante che non legge niente» (ma proprio niente -cit. Sergio Saviane) a candidatura a capitale della cultura per il 2019. Non sono bastate la Vicenza palladiana, o la Verona shakespeariana con Padova e Venezia: il Veneto è stato buttato fuori al primo round. Ma è un segno della ripartenza, più timida e più consapevole. Testa bassa muso duro e bareta fracá.

(ph: Imagoeconomica)