Jan Palach eroe anti-comunista? Macché

Farne un idolo della destra nazionalista è una bestemmia. Semmai era più simile a chi chiede l’autonomia in Catalogna e in Veneto

Visto che si parla di Palach… diciamolo: è un eroe nazionale, non un eroe anticomunista. Jan Palach non si è immolato lottando contro il socialismo ma contro chi negava la libertà nazionale ceca e le libertà fondamentali del suo popolo. Farne un simbolo dell’anticomunismo, tanto più di una destra nazionalista italiana o, addirittura, fascista, suona come una bestemmia. Sabato 19 gennaio era il 50 anniversario della morte del giovane studente praghese di religione evangelica che apparteneva ad un particolare filone patriottico del protestantesimo hussita, quello della Congregazione dei Fratelli Cechi.

Volendo trovare un’analogia contemporanea in chiave europea al suo gesto, si potrebbe dire che approvare o anche solo essere indifferenti all’azione repressiva degli stati centralisti come quello spagnolo contro i catalani e quello italiano contro le richieste di autonomia ed autodeterminazione dei veneti, cui è tuttora negata la prospettiva di un referendum per l’autodeterminazione, significa idealmente spingere al gesto estremo gli Jan Palach. Lo studente praghese lanciò un urlo planetario contro l’indifferenza e la rassegnazione al sopruso, alla negazione della autodeterminazione e dell’indipendenza nazionale, che porta con sé anche la libertà di darsi il regime che un popolo sceglie, fosse anche un regime socialista, per quanto “dal volto umano” come quel popolo voleva.

Scriveva A.M.Ripellino nel gennaio del 1969: «le nuove generazioni non accettano i compromessi né vogliono barcamenarsi e brontolare in sordina, come la precedente: e, pur nella coscienza dell’impurità gulliveriana della lotta, sono pronti a qualsiasi olocausto. Splendida gioventù, maturata in tempi di inopia e di tenebre, e per cui l’unico spiraglio di libertà, nel Sessanta, era il jazz; gioventù che in solitudine è venuta scoprendo le tradizioni bandite dai “regolisti” di Novotny e la filosofia europea e la dottrina dell’umanesimo e della tolleranza di Masaryk. Ora, in un mondo preoccupato di attuare le più complesse manovre ingegneresche, assottigliando sempre di più lo spazio dei sogni e delle utopie, a questa gioventù schiva, pensosa, cosciente e nemica dei grandi gesti è toccato il compito di restaurare appunto con gesti grandi il concetto offuscato di patriottismo e della dignità nazionale».

Oggi non si vedono generazioni come quelle descritte da Ripellino, né tra le giovani né tra le adulte, il conformismo dilaga e con esso l’acquiescenza e la rassegnazione ai “regolisti” del nostro tempo. Chi accetta di reprimere e conculcare la libertà di autodeterminazione dei popoli, anche quello veneto, spesso senza nemmeno averne la doverosa coscienza, dovrebbe togliere le mani dall’accendino che da allora, in ogni momento, rinnova idealmente l’olocausto e trasforma in bonzo Jan e gli altri meravigliosi, dimenticati, giovani cechi, come Josef Hlavatý e Jan Zajic i quali, come lui, in quei giorni richiamarono l’attenzione del mondo distratto e cinico con la tragica teatralità del supremo sacrificio.

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