L’autonomia porta più soldi al Veneto? Ma ci faccia il piacere, Zaia

Il trasferimento di competenze dà più potere al presidente-doge. Ma che il 90% delle tasse resti in Regione è una bugia

Come ricorderete assolutamente, cari corregionali, il 22 Ottobre 2017 si votò per il cosiddetto referendum per l’autonomia della nostra Regione. Fu un evento capace di animare il dibattito dei veneti per mesi. La Lega impostò subito la sua campagna elettorale su una balla colossale: se votate sì, arriveranno soldi a palate nella nostra Regione, diventeremo come il Trentino Alto-Adige. Del resto, un partito che si chiamava Lega Nord per l’Indipendenza della Padania e che adesso urla “Prima gli italiani” deve sempre avere avuto un rapporto complesso con la verità. L’eco della propaganda arrivò ovunque: per esempio, a Schio il sindaco ex leghista Orsi capì che, con il sì al referendum, sarebbero arrivati camion ricolmi di euro. Ne era così convinto, o mentiva così spudoratamente, che fece stampare un volantino nel quale affermava che, con la vittoria del sì, sarebbero aumentate le entrate per i nostri comuni.

Dopo undici anni di governo della Lega a Roma, infinite promesse di indipendenza-federalismo-autonomia, i veneti credettero che questa fosse, finalmente, la volta buona. Come dare torto, d’altra parte, a chi auspica un aumento delle risorse pubbliche, a chi spera ci sia, per la propria comunità, un miglioramento delle infrastrutture, dei servizi e del Welfare? Cosa fecero il Pd e il M5S, i due principali partiti di opposizione della Regione? Decisero di decostruire questa narrazione mendace, di dimostrare che queste promesse erano in realtà delle menzogne? No, addirittura appoggiarono il sì al referendum, deposero le armi, attestando dimessi la loro resa all’egemonia leghista. I veneti quindi ascoltarono all’unisono una sola voce e decisero di fidarsi. Nonostante Zaia auspicasse una partecipazione superiore al 60%, il quorum fu largamente superato con il 57,2% degli aventi diritto che si recò alle urne. La vittoria del sì fu clamorosa con il 98,1%.

Per la verità, ci fu solo un piccolo, ma coraggioso, gruppo che si oppose allo strapotere leghista. Dei ragazzi veneti crearono il comitato “Veneti per l’astensione”, che adesso si è organizzato con il progetto di “Veneti liberi”. Fu l’unica voce fuori dal coro. Questi giovani ebbero l’audacia di sedere nelle tavole rotonde con i bigs della regione. «Non voteremo no – dicevano – perché non siamo pregiudizialmente contro l’autonomia. Ci asterremo perché vi stanno imbrogliando». Furono gli unici a dire che la propaganda leghista che prometteva, con il sì al referendum, più soldi per i veneti, non era altro che una fragorosa menzogna. Del resto, bastava leggere la legge. E’ infatti noto, che la riforma del 2001 prevedeva l’autonomia differenziale (prevista dall’art. 116) e non il federalismo. Era sufficiente chiarire la differenza tra i due concetti. I paesi nei quali vige il federalismo, organizzano il prelievo fiscale nei vari stati regionali, come nei Länder tedeschi o negli Stati Usa. Lì si che le regioni più ricche hanno più risorse.

L’autonomia differenziale prevede invece che le regioni possano contrattare il trasferimento di alcune delle 22 competenze previste dall’articolo 117, ma non il trasferimento di maggiori fondi. Autonomia differenziale non significa più soldi, ma semplicemente, per fare un esempio, che se lo stato spende in Veneto tot miliardi per l’istruzione, li spenderà anche dopo; però l’istruzione non verrà più organizzata a Roma ma a Venezia. Di conseguenza, l’autonomia differenziale non avrebbe portato più risorse al Veneto, avrebbe semmai aumentato il potere di chi governa il Veneto dal 1995. Una specie di centralismo veneziano potenziato. Un’opportunità per la classe dirigente leghista e non per i veneti. Vinto il referendum, il Doge Zaia, coerentemente con la propaganda che aveva architettato, dichiarò che, dopo questa vittoria, in Veneto sarebbero rimaste il 90% delle tasse. La Lega nel frattempo finì al governo di Roma.

Come andò a finire? La ministra vicentina Stefani, in carica ormai da Giugno, promise l’autonomia per il 22 Ottobre del 2018, per brindare al compleanno del referendum. Poi rimandò tutto a Natale. Poi a dopo Natale. Qualche giorno fa ha dichiarato che in Veneto non arriverà nemmeno un centesimo in più, ma solo il trasferimento di competenze. Aveva dunque ragione il Comitato Veneti per l’astensione o avevano ragione i leghisti? Qualcuno diceva la verità e qualcuno mentiva. Il popolo veneto, che si è mobilitato con così tanto entusiasmo, sperando che ventennali promesse diventassero realtà, è stato ancora una volta tradito. Quando si riuscirà a capire che Zaia, il quale aveva promesso che il 90% delle tasse sarebbero rimaste nella nostra regione, ci ha letteralmente preso per il culo?

(ph: Facebook – Luca Zaia)