Olimpiadi 2026, Altopiano Sette Comuni sedotto e abbandonato

Nel documento mandato al Cio sarà la Val di Fiemme a ospitare fondo, trampolino e pattinaggio di velocità

Le illusioni e le speranze si sono volatilizzate dopo soli tre mesi. Precisamente alle 20.26 dell’11 gennaio, quando il dossier di 127 pagine della candidatura Milano-Cortina alle Olimpiadi invernali del 2026 è stato pubblicato sul sito del Coni. Si è saputo così che il presidente della Regione Luca Zaia, ideatore nonché principale promotore della proposta olimpica della “perla delle Dolomiti”, aveva cancellato l’Altopiano dei Sette Comuni da qualsiasi presenza nella quota della sua Regione del binomio lombardo-veneto.

Fondo, trampolino, pattinaggio di velocità? Zero. Nemmeno la possibilità di essere sede di allenamenti. Lo sospettavano e lo temevano i conterranei di Mario Rigoni Stern (che sicuramente non avrebbe appoggiato l’idea che la sua terra ospitasse qualche prova iridata ed il barnum di atleti, tecnici e soprattutto media che sarebbe arrivato al seguito) e avevano avviato una reazione forte Emanuele Munari, presidente della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni e sindaco di Gallio e il suo collega Roberto Rigoni Stern, primo cittadino di Asiago. Il primo era addirittura andato di persona a Venezia dal governatore per fargli presente sia le opportunità logistiche e sportive offerte dall’Altipiano che le richieste del «territorio». E soprattutto che Zaia in luglio, solo pochi mesi prima, aveva pubblicamente preso l’impegno di inserire la terra dei Cimbri nel pacchetto veneto.

Zaia però aveva ben altri problemi: mantenere gli equilibri con Milano nella candidatura ed evitare che Cortina fosse relegata nel ruolo di socio di minoranza della accoppiata. Nessuna delle due opzioni gli è riuscita del tutto: il capoluogo lombardo, che per altro era riuscito a far fuori Torino dalla candidatura a tre, gradita inizialmente al Governo, e a bypassare con noncuranza la ritorsione del sottosegretario Giancarlo Giorgetti che negava il sostegno economico dello Stato, Milano insomma monopolizzava o quasi la proposta italiana al CIO a cominciare dal logo ufficiale, in cui compare un Duomo stilizzato e nessun richiamo invece alle Dolomiti.

Zaia aveva anche dovuto cedere una quota non marginale di prove ai vicini del Trentino-Alto Adige, sia per motivi economici (leggi: regione a statuto speciale) sia per alleanze sportive e politiche (vedasi il recente cambio di coalizione del SVP, fresco partner della Lega dopo una vita a fianco nel Centro-sinistra).

Che poteva fare il governatore trevigiano, preso in mezzo da questa tenaglia? Scegliere il male minore: mollare i Sette Comuni. Rimangiandosi le promesse e negando a quelle che sono riconosciutamente le più belle piste da fondo d’Italia la giusta consacrazione delle prove olimpiche.

Azzerando anche le illusioni degli altopianesi di poter internazionalizzare il per altro vetusto trampolino di Gallio, lo Stadio del ghiaccio di Asiago e perfino quel gioiellino della pista di pattinaggio di Busafonda, di cui si servono anche le nazionali estere. Invece zero, nemmeno qualche prova secondaria, nemmeno una sede di allenamento.

E dove andranno queste prove iridate se il 26 giugno il Comitato Olimpico Internazionale deciderà che la proposta italiana è migliore di quella svedese di Stoccolma e dintorni? E, soprattutto, a chi finiranno i ricavi (che si prospettano tutt’altro che marginali) da biglietti e sponsorizzazioni per non parlare di quelli immateriali, e cioè immagine e promozione turistica? Molto lontano dall’Altopiano dei Sette Comuni, questo è certo. Ad esempio in Trentino e precisamente alla Val di Fiemme, che il dossier accredita come sede per le prove del fondo (a Tesero), del trampolino (Predazzo) e del pattinaggio di velocità (Baselga di Pinè), ovvero le tre specialità che potevano essere ospitate sull’Altipiano.

La stessa Cortina si deve accontentare dello sci femminile, del bob e del biathlon. Il mitico Stadio del ghiaccio non vedrà nemmeno una partita di hockey. Saranno dislocate tutte a Milano, come il pattinaggio artistico e lo short track (specialità che si disputeranno entrambe indoor al Forum di Assago).

Zaia sta perfino battendosi per assicurare la cerimonia di chiusura dei Giochi alla Arena di Verona. Sembrava sicuro e invece ultimamente qualche ipotesi alternativa è venuta fuori.

Insomma per i discendenti dei Cimbri non c’è proprio nulla da fare. Un po’ è anche colpa loro, della ben nota incapacità dei Sette Comuni di darsi una immagine aggiornata, di fare marketing, di offrire strutture ricettive e sportive moderne. La bellezza dei luoghi da sola non basta più a invogliare un turismo globale e abituato alla qualità. Non sono mai stati capaci di battere i pugni sulle scrivanie di Palazzo Balbi per ottenere soldi, aiuti, promozione.

Ci si aspettava una risposta forte dall’Altopiano alla esclusione dal dossier della candidatura ma, fino ad ora, nessuna voce si è levata.

(ph: shutterstock)