“Veneti in controluce”, le nostre vite sospese

I racconti di Bertoli sono squarci dolcemente spietati di umanità. In una società che si trasforma

Cos’è il controluce? Guardare con il sole davanti, e cioè vedere silhouettes, forme in una prospettiva illuminante diversa. “Veneti in controluce” è il titolo dell’ultimo libro di Ausilio Bertoli, vicentino di discreto (per non dire lungo) corso di osservatore, sociologo della comunicazione, che appunto alla società guarda e ce lo comunica scrivendo. Titolo birichino, perché suggerisce un concetto che in realtà i racconti di queste pagine dribblano: qui i personaggi vengono avvolti dalla luce da tutti i lati, non sono figure stilizzate dal contrasto, ma calate in una morbidezza che ne rivela la vita comune, i gesti quotidiani, il minimalismo dell’esistenza. Quella luce veneta così famosa in pittura da aver fatto scuola, e che in queste pagine sorregge lo sguardo e le parole, e conforma i caratteri, plasma i pensieri. Non sarà – secondo noi – in controluce, ma un libro di luce sì.

E non sono neppure tutti veneti i protagonisti di questi racconti, perché la sensibilità di Bertoli coglie che il Veneto di oggi ha forzato i confini dei cliché di sempre – i polentoni, i villici campagna-parrocchia, gli industriosi assatanati dagli ”schei” – per diventare terra anche di gente dell’est, di immigrati africani. Così comincia il viaggio in un minimalismo straniante, dove i pensieri e le azioni sono visti al microscopio, in una specie di moviola che fa distinguere al meglio l’umanità, – le varie umanità. Sono diciotto scorci di vita che per fortuna non diventano trattatello sociologico, ma dipingono la trasformazione ormai (irrimediabilmente?) avvenuta di una società, percorsi da fremiti ripetuti di nostalgia, da ricordi presenti ma ormai consegnati al passato, da un salto fin troppo percepibile tra le generazioni.

«Hai mai sentito parlare di Parise?». «Mai», risponde il ragazzo sceso dalla spider proprio davanti alla quercia dove lo scrittore raccoglieva i pensieri e le parole, sul colle dello Zovo. E lo spiazzo che dovrebbe essere ”sacro” è diventato un mezzo parcheggio, buono per raggiungere un locale che si chiama Red Point. Arriva una tipa in jeep, atterra sulle sue zeppe ed esclama: «Oh, che bel frescheto che c’è qui, ciò». In quattro righe un Veneto diventato immemore, superficiale, insensibile, dove la velocità del vivere s’è portata dietro l’ignoranza. Ma anche le esistenze di sempre, simili a tutte la latitudini: la vita tra i condominii, una scenetta nel traffico cittadino, i malanni della vecchiaia.

L’attenzione ai modi di essere è certosina, come se ogni particolare fosse significante, ogni persona torna individuo sotto la lente qualche volta spietata di Bertoli: le frasi comuni, le situazioni ordinarie, nessun eroismo vitale, storie di ognuno come quelle di tutti però sue, con quel passo, quai respiri, quei pensieri. Come se si trattasse di una mancanza di originalità molto personale. Sfilano questi personaggi presi da una visione diretta – questo si capisce – così normali che la loro normalità va indagata per capirla meglio e metterla insieme alle altre consimili. L’economo della casa di riposo, l’imprenditore che non si arrende all’età, la coppia alla sagra della luganega, il figlio orfano della madre… colti nei loro dialoghi ordinari, come per strada o al mercato, in un fluire che solo all’orizzonte lascia intuire il cambiamento del paesaggio naturale (i capannoni al posto dei campi coltivati, le macchine invece delle biciclette) e di quello umano.

E poi questo strano mistero: sono tutte vite sospese, attimi che non si concludono, brandelli di vita scelti dall’entomologo-sociologo Bertoli per essere quello che sono: tessere di esistenza, squarci in sè. E comunque, umanità. Intrigante, al lettore resta la domanda: sono anch’io così? E ad ognuno la sua risposta. In realtà il vero veneto in controluce è lui, Ausilio Bertoli così dolcemente spietato, di una cattiveria che non ha mai questa sembianza, chirurgico nell’accarezzare con una lama, nostalgico ma aperto al presente. Cambieranno anche i tempi, ma in fondo restiamo sempre quelli: agli strepiti preferiamo la nostra cantilena, così familiare.

(ph: Geograficamente.files.wordpress.com)