O Goldin o morte (delle mostre)? Non è così. Trasparenza prima di tutto

Sì agli investimenti privati nella cultura, ma con paletti severi. A cominciare dalla distribuzione dei profitti

Il suo nome è Linea d’Ombra (srl), ma ogni volta è un solco. Marco Goldin con le sue mostre sarà anche bravo da un punto di vista della comunicazione, un po’ meno sul piano dell’impostazione culturale, se a sentire Tomaso Montanari e Vincenzo Trione sarebbe uno dei principali promotori del «mostrismo: un misto tra uno storico dell’arte, un impresario, un produttore, un manager – che – sin dagli anni Novanta, ha inventato un format fortunato … mostre non elitarie, rivolte a un pubblico di famiglie, dedicate ad alcune tra le star dell’arte moderna e a movimenti iperpop (gli impressionisti, in primo luogo)» su «tematiche facili» come «l’acqua, l’oro, l’azzurro, la neve», ma spesso a caro prezzo. Tuttavia, è anche regolarmente accompagnato da dolorosi strascichi polemici nel dopo evento, quando finalmente i conti appaiono più chiari, la lista di chi ha vinto e di chi ha perso più fedele, come nella recentissima vicenda delle contestazioni della Corte dei Conti all’amministrazione trevigiana.

Già nel 2009 a Brescia si erano lasciati senza amore dopo una ridimensionata mostra su Van Gogh. A Verona (2008) nel frattempo veniva inaspettatamente cancellata una reclamatissima mostra sui capolavori del Louvre, confluita poi (a scanso di cause per danni) in due riparatorie e lucrosissime (per lui) mostre, come fu ben spiegato a suo tempo su «Quaderni vicentini». Infine, nel 2014, al cambio di amministrazione nella natia Treviso, Goldin veniva messo alla porta non senza polemiche. Così se le rampogne di questi giorni della Corte dei Conti non suonano inedite, ciò che è veramente insopportabile è che non si riesca a tenere, almeno sul piano dell’informazione, il discorso su livelli di minima oggettività. La confusione giova soprattutto a chi se ne approfitta.

Perché è evidente che Goldin con le sue mostre non è l’alfiere di un’arte popolare, l’angelo di una declinazione della cultura con finalità (provvidenzialmente) economiche, il salvatore che ci porta fuori dalle secche di una concezione elitaria di un’erudizione incapace di darci da mangiare. Perché l’alternativa non è, da una parte, tra la noia mortale e i debiti delle mostre organizzate dalle istituzioni pubbliche e, dall’altra, la bellezza e la ricchezza delle rassegne goldiniane. O Goldin, o morte (dell’arte) è – siamo quasi tutti d’accordo – una bugia.

Pertanto, Linea d’Ombra e quanti hanno fatto delle mostre d’arte il loro business, se sono bravi, che lo dimostrino, ma con i loro soldi. E questo finora è avvenuto solo raramente. Purtroppo, il modus operandi si traduce in una prassi sempre uguale: 1) rapporti positivi con una determinata amministrazione; 2) promessa di utili fantastici; 3) concessione da parte delle amministrazioni di agevolazioni irripetibili; 4) grande flessibilità e realizzazione di mostre à la carte (a seconda del budget); 5) massicce campagne stampa; 6) minimizzazione dei rischi d’impresa da parte dei soggetti privati. Il contenuto culturale, come vedete, l’abbiamo tralasciato, perché solitamente secondario e in ogni caso ininfluente (conta l’abito).

Se questo è il modello esemplare dell’imprenditore privato nel settore delle mostre d’arte in Italia, allora veramente è meglio tornare ai vecchi musei polverosi e inguardabili. Nessuno nega che ci debba essere uno spazio, il più possibile ampio, per gli investimenti privati nel settore della cultura. Anzi, su questi temi città come Berlino ci hanno dimostrato come si possa fare straordinari profitti, a vantaggio delle casse pubbliche e anche a favore delle tasche di privati imprenditori. Purché alcune regole siano salve e siano fatte rispettare a tutti.

La regola principale ha da essere che se devono esserci dei profitti questi finiscano a chi maggiormente ha investito, a chi ci ha messo realmente i soldi e i mezzi, non a chi, grazie al frastuono di giornali compiacenti, ci convince di essere il motore di iniziative che senza grandi e preventivi esborsi di denaro e patrimonio pubblico non sarebbero mai giunte a termine. Non è quindi il caso di nessuna lotta tra privato e pubblico, tra cultura e non-cultura. È solo la necessaria linea (non d’ombra, questa volta) di demarcazione, fatta di regole chiare e conosciute, in grado di offrire la dovuta trasparenza nella gestione delle opere d’arte, dei patrimoni e del denaro pubblico.

(ph: Comune di Vicenza)