Padova, mostre-flop? Niente paura: arriva Goldin, un uomo soul al comando

Il manager dell’arte tenterà di rimpolpare l’esiguo numero di visitatori. Con van Gogh, ovviamente

Chissà se quella pasta e fagioli servita di notte alla Casa dei Carraresi, a Treviso, faceva parte dello spoil system. Di sicuro fu la goccia, profumata di salvia, che fece traboccare il vaso: Dino De Poli, leggi Fondazione Cassamarca, lo prese come uno sfregio al luogo simbolo della cultura, di Treviso e della Fondazione e mise alla porta Marco Goldin. La pasta e fagioli era una scusa, e per la verità Goldin, in quegli anni 2003-2004, aveva stupito il mondo portando nella Marca dimenticata 602 mila visitatori, record assoluto di affluenza ad una mostra d’arte in Italia. Nasceva allora un marchio di fabbrica dal futuro sfolgorante e controverso, targato Linea d’ombra, la società di Goldin, ma soprattutto Impressionisti e con loro van Gogh, van Gogh, van Gogh.

Il genio olandese della pittura in vita sua non ha venduto nemmeno un quadro, salvo una tela a suo fratello Theo, ma ai nostri tempi vende biglietti a milioni: nei musei ad Amsterdam e Otterlo, nelle mostre in giro per il mondo, e in Italia in quelle con il copyright di Goldin. Basta dire van Gogh, ed è automarketing. Una felicità per gli occhi di tutti, ça va sans dire, non si smetterebbe mai di guardarlo. Goldin l’ha capito da 25 anni e tra innamoramenti, contrasti, riappacificazioni e divorzi ha proposto a svariate amministrazioni le sue mostre blockbuster, capaci di stupire il botteghino e rivitalizzare l’economia del turismo, ammaliando folle di popolo e in modo inversamente proporzionale lasciando di ghiaccio – se non peggio – critici d’arte, storici, accademici.

Un bel fenomeno da studiare, anche nel dietro le quinte. Perché gli arrivi trionfali di Goldin si sono spesso tramutati in addii non troppo amichevoli. E’ successo dopo la pasta e fagioli trevigiana, poi a Brescia, poi a Verona, in qualche modo a Vicenza. «Colpa dello spoil system – taglia corto il manager dell’arte – le amministrazioni cambiano». Forse anche poco digeribile il meccanismo quasi sempre instaurato: voi ci mettete i soldi, Linea d’ombra ci mette i dipinti e le masse paganti e naturalmente si tiene i profitti, merchandising compreso. L’ultimo a stigmatizzare la faccenda è stato il sindaco di Vicenza Francesco Rucco: «per quattro mostre Goldin è costato 6 milioni di euro al Comune e agli altri sponsor. Troppo caro».

E’ con questo pedigree che gold Goldin sbarca a Padova. E’ successo all’improvviso, meno di due mesi di trattative lampo e semisegrete, «mi ha cercato il sindaco» dice Marco delle mostre, spinto avanti dall’assessore alla cultura Andrea Colasio, alle prese con un problema fondamentale: negli ultimi anni le «grandi» mostre padovane sono state un flop dietro l’altro. Quelle a gestione leghista più di tutte: «Food» e «Dinosauri», comperate a scatola chiusa senza sapere cos’erano, sono state un bagno di sangue economico, hanno prosciugato il generoso contributo di Fondazione Cariparo. Le successive, più equilibrate nei costi, hanno avuto un piccolo difetto: il vuoto pneumatico di visitatori. A Padova ”tira” solo Giotto nella Cappella degli Scrovegni, così tanto che qualche industrioso dipendente del museo fabbrica biglietti falsi per 100 mila euro…

Eppure Padova è l’Urbs picta che ha preceduto Firenze, ha centinaia di metri quadrati di affreschi che i turisti non sanno, lo dicono tutti da anni senza che succeda nulla. Ora succede che l’Urbs picta è in corsa per la candidatura Unesco del 2020. Vada o non vada in porto, questo tesoro ha bisogno di fruitori, cioè turisti. Chi porta più turisti con le mostre? Ma diamine, Goldin. L’assessore Andrea Colasio, uomo di cultura, prepara una cornice storica affascinante, ma alla fine la fascinazione è per i «grandi numeri»: quelli contano. E il curriculum di gold Goldin parla da solo: li dà lui i numeri. Più di 11 milioni di visitatori alle sue mostre in questi vent’anni, 10 mila opere portate in Italia, afflusso strabiliante al seguito degli Impressionisti, 300 mila paganti a botta, a Vicenza un milione in totale, a Brescia 2 milioni e mezzo. Si badi, persone non euro. Per Padova azzardano e prevedono: un milione di visitatori in tre anni.

Padova ha bisogno di gente: i 300 mila all’anno della Cappella degli Scrovegni sono troppi per i curatori degli affreschi e troppo pochi per l’economia cittadina, e non guardano altro. Quindi in città arriva Goldin con il suo patrimonio umano. Ma con una novità sostanziale. Dice l’assessore Colasio: «al Comune non costerà nemmeno un euro». Dice Goldin: «pago tutto io». Il rischio d’impresa è tutto suo, al 100%, un investimento da «diversi milioni di euro», aiutato dal main sponsor Gruppo Baccini. Avrà il Centro culturale Altinate-San Gaetano, 10 sale e spazi da reinventare, affitto modico da 10 mila euro a mostra, e anche questa è una sfida. I profitti per la città: la ricaduta economica su ristoranti, negozi, trasporti, ricettività; Colasio calcola 50 milioni di euro, il sindaco Giordani commenta: «Goldin è la ciliegina sulla torta». I profitti per Linea d’ombra: i biglietti e tutto il resto, cataloghi bookshop dvd. Il centro Altinate ha bisogno di adeguamenti, già stanziate centinaia di migliaia di euro, «ma sono per la mostra su Belzoni».

E’ successo tutto all’improvviso, poco tempo per pensare e allora meglio andare sul sicuro. Il colore dei trecenteschi diventa il colore di van Gogh. Eppure il 14 giugno 2018, sul sito di Linea d’ombra, Goldin annunciava una pausa di riflessione: niente mostre per un po’, magari fra un paio d’anni. Beh, ci siamo, le mostre padovane sono annunciate per ottobre 2020 e ottobre 2021. Goldin si riprenderà, dopo essere stato «emotivamente coinvolto» dal van Gogh di Vicenza, «un colmo d’anima vissuto alla luce della poesia». E poi il film sul pittore, lo spettacolo teatrale sulla grande storia dell’impressionismo, il romanzo per Solferino sull’amicizia tra van Gogh e Gauguin, «I colori delle stelle», il tutto «in modo fortemente legato all’emozione». L’emozione è la chiave di tutto, il segreto di Goldin è renderla produttiva. Scriveva anche: «magari farò qualcosa di nuovo». Ma sarà ancora van Gogh, per la quinta o sesta volta. «La pittura è legata all’anima». «Sì, lo dico, all’anima». Un uomo soul al comando. Nell’attesa di sapere se l’anima c’è o non c’è, il messaggio è semplice e arriva al cuore. Le parole scelte sono il bello della vita: meraviglia, colore, cielo. Come sottrarsi? Sono un tam tam fascinoso, si tramutano in pubblicità, che come tutti sanno è l’anima del commercio. Quante anime. Il carezzevole populismo sentimentale di Goldin funziona addirittura a priori con i media, inebriati in anticipo dai progetti delle mostre e dalle future inserzioni pubblicitarie. Ma siamo onesti: magari sarà un’oasi, in questo Paese che ogni giorno battaglia sull’odio.

Le due mostre sono accomunate dalla «Meraviglia del colore». La prima è «Van Gogh. I colori della vita», 45 dipinti e quasi 60 disegni di Vincent, che arrivano dalla collaudata collaborazione del Museum di Amsterdam e dal Kröller-Müller di Otterlo, più altri musei. La seconda mostra sarà nel 2021 «Storia dei cieli da Canaletto a Monet. L’incanto dell’azzurro e altri colori dai vedutisti agli impressionisti». L’ispirazione dai lapislazzuli stellati di Giotto, e dagli studi di Galileo. Un’idea semplice, un tema affascinante. Saranno due mostre bellissime, corredate da filmati, led wall, lettere parlanti. La sfida sono anche gli spazi al San Gaetano, non facili ma con una piazza coperta strepitosa, se verrà adoperata. Van Gogh non stanca mai, su di lui si fanno mostre ovunque, per cui gold Goldin è orgoglioso di portare 45 dipinti a Padova. Per cui Padova rifulgerà nel colore: quello antico degli affreschi, quello strepitoso di Vincent e quello più eccitante dei soldi.

(ph: Facebook – Sergio Giordani)