Di Maio e Salvini a Vicenza, il pericolo della Grande Promessa

Nulla di nuovo dall’intervento dei due vicepremier all’assemblea dei risparmiatori azzerati di BpVi e Veneto Banca. Ma il contenuto politico é ad altissimo rischio

Non hanno detto niente che già non si sapesse, i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, quest’oggi a Vicenza all’assemblea di alcune associazioni di ex soci delle banche fallite. Hanno ribadito che il ristoro al 30% con il fondo da 1,5 miliardi di euro verrà erogato («in settimana», ha detto appena arrivato il pentastellato, riferendosi ovviamente non all’esborso in sé, ma ai decreti attuativi) e gettando benzina sul fuoco dello scontro politico con l’Unione Europea, dopo la richiesta di chiarimenti via lettera da Bruxelles sul decreto governativo (il leghista: «noi tiriamo dritto con questo miliardo e mezzo. Se all’Europa va bene, sennò all’Europa andrà bene lo stesso»). Più che un fatto nuovo, dunque, un evento mediatico. E soprattutto un rito collettivo di sfogo e rassicurazione per il mondo, variegato e litigioso, dell’associazionismo delle centinaia di migliaia di azionisti e obbligazionisti di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ai quali era «importante dare fiducia» per aver «perso qualsiasi speranza», come ha sottolineato il leader della Lega. Di qui, ad esempio, le dichiarazioni di guerra (sacrosante, nella sostanza) verso Banca d’Italia e Consob: «non possiamo confermare le stesse persone» nella prima, secondo Di Maio; addirittura «andrebbero azzerati», per Salvini.

Solo una facile passerella elettorale che guarda alle elezioni europee di maggio, dunque? Non esattamente. Perché i dioscuri del governo gialloverde hanno voluto cementare con la presenza in mezzo al “popolo” la Grande Promessa messa per iscritto con un provvedimento di legge travagliato e mal gestito: qualche quattrino bruciato, ai truffati delle ex popolari defunte, arriverà costi quel che costi. Siccome si parla appunto di soldi, di schei, difficile poi giustificare un’eventuale marcia indietro. Sì, si dice che in caso di malaparata i due potranno addossare tutta la colpa all’Europa. Non tutta tutta: il cavalcabilissimo sentimento anti-europeista potrà alleviare il senso di rabbia per l’ennesima delusione, ma non riuscirà a salvarli del tutto dalla corresponsabilità. Perché quando si assume un impegno solenne e per giunta con toni di sfida all’ultimo sangue, se poi viene disatteso, sul banco degli imputati ci finisce anche chi non ha saputo vincere l’ostacolo maggiore. Non basterà la buona volontà politica, anche attribuendo loro la buona fede. Ed essendosi presentati assieme a sottoscrivere il sacro giuramento, sarà l’intero governo a vedersi investito del crollo di credibilità.

E’ un gioco politicamente pericoloso, dunque, quello messo in vetrina oggi nel palazzetto sportivo del capoluogo berico. Tanto più se pensiamo che per nominare il nuovo presidente della Consob ci hanno messo mesi e mesi, virando alla fine su un ministro in carica, Paolo Savona; che lo scalpitante Gianluigi Paragone attende il via libera per una nuova, e più incisiva, commissione d’inchiesta parlamentare sui misfatti bancari di cui é il presidente in pectore, dopo il mezzo flop di quella annacquata di Pierferdinando Casini; che su Bankitalia il potere di intervento di Palazzo Chigi é ad altissimo rischio perché entrerebbe fatalmente in rotta di collisione con il Quirinale, sul chi va là non appena si attacchi il governatore Visco; e infine che potrebbe far male, in sede di legittimità, il punto dolens dell’obbligo di dimostrare il misselling (la vendita fraudolenta da parte degli istituti bancari): venisse reintrodotto com’è possibile, di contro all’ultima versione del decreto, azzopperebbe ogni risarcimento. Insomma, niente di nuovo sul fronte occidentale: ad oggi l’incertezza resta. Ma resta agli atti la Grande Promessa di Movimento 5 Stelle e Lega al popolo dei risparmiatori.

(ph: Imagoeconomica)