“Il Movente” di Cercas: una bella lezione su cosa voglia dire scrivere

Il racconto lungo dello spagnolo riflette sul rapporto tra letteratura e vita. Dimostrando che è meglio parlare di ciò che si conosce

L’arte imita la vita, o la vita imita l’arte? La domanda ha attraversato i secoli e, come ogni interrogativo fondamentale, ha ottenuto risposte diverse, ognuna segnata dalle sue ragioni – ragioni non trascurabili. Una delle tesi maggiormente significative in tal senso, nella più stretta attualità, diciamo gli ultimi decenni, sembra fornircela “Il Movente”, un racconto lungo di Javier Cercas, pubblicato autonomamente da Guanda – certe opere, per quanto non propriamente voluminose, si guadagnano la dignità di una pubblicazione a parte ed è una buona cosa che questo editore, tra i tanti, l’abbia ben compreso. In verità la storia, in particolare a livello stilistico, non sarebbe niente di eccezionale. La prosa di per sé è vagamente sciatta, priva di picchi, tanto da rasentare, nelle parti metanarrative come in quelle narrative, la neutralità del manuale scientifico. Perfino la trasposizione cinematografica – caso piuttosto raro –, che troverete comodamente disponibile su Netflix, è decisamente più coinvolgente nella trama, anche grazie a qualche elemento estraneo al testo, aggiunto dal regista, a impreziosire. Ma tutto ciò importa poco al momento, perché il racconto di Cercas è interessante non tanto per la storia in sé, quanto per le riflessioni sul rapporto tra la scrittura e la vita di un autore.

“Il movente” – titolo in realtà quanto meno fuorviante e che fa sembrare il testo un volgare giallo da edicola – riguarda la vicenda di un aspirante scrittore, Alvaro, il quale avrebbe l’ambizione di scrivere l’opera definitiva, su cui medita, nelle pause di lavoro, oramai da lungo tempo. Consapevole giustamente che «qualunque tematica è buona per la letteratura; ciò che conta è il modo di esprimerla […] Si riproponeva di narrare l’epopea inaudita di quattro personaggi all’apparenza insignificanti». Dapprima concepisce il romanzo nello spazio asettico del suo studio, immaginando un condominio abitato da uno scrittore ambizioso, una coppia in crisi per questioni lavorative e un vecchio. Di lì a breve si rende conto che qualcosa come dei soggetti affini a quelli da lui immaginati gli vivono realmente vicini, nello stabile dove dimora, solo che fino a quel momento non ha avuto con loro se non veloci scambi formali. Decide a quel punto che è venuto il tempo di fare la loro conoscenza, perché «riflettendo nell’opera un modello reale, sarebbe stato molto più semplice rendere verosimile ed efficace il personaggio fittizio […] evitando in tal modo il rischio di un salto mortale dell’immaginazione nel vuoto, dai risultati incerti». Invece di limitarsi però all’osservazione di questi soggetti per trarvi spunto, Alvaro manipola sottilmente le loro azioni, in modo a dir poco moralmente discutibile, per poter osservare le reazioni e trasferirle sulla pagina.

 

Oltre la confusione tra realtà e fiction che si cagionerà nella mente del protagonista – e che, per ovvie ragioni, è meglio non spoilerare –, il testo ci interroga sul rapporto che ogni scrittore dovrebbe avere con la materia che decide di narrare. Quanto dobbiamo conoscere a fondo una certa condizione per poterla trasporre in prosa o versi, affinché il prodotto finale abbia una qualche reale valenza? Per usare la didascalia posta nel sito di un editore: «non vogliamo romanzi di autori nati e cresciuti a Caserta che ambientino il loro romanzo a New York». Al di là dell’evidente ironia, questa censura preventiva cela al fondo di sé una inestimabile saggezza: è inutile parlare di ciò di cui non si ha cognizione. Nella migliore delle ipotesi si finisce per fare mera retorica. Praticamente si ricade nella solita solfa da talk show, dove un uomo che non ha mai visto un extracomunitario, se non il proprio domestico filippino assunto al nero, si arroga il diritto di difendere una presunta umanità che gli dovrebbe essere giunta, a mo di Spirito Santo, dalla semplice contemplazione di una fotografia sul giornale.

Naturalmente, il testo di Cercas dice tanto altro e queste presentate sono poco più che banalizzazioni. Il punto, però, resta fermo e scritto sulla pietra: un autore senza immaginazione è morto; ma con la sola immaginazione, libera di esercitarsi su una materia che niente ha a che fare con il contesto circostante, si ottengono unicamente deliri e porcherie. Raymond Carver giustamente diceva di non aver mai vissuto quello che raccontava, ma di aver comunque scritto della sua vita e di quella della gente come lui. Infatti, Carver è Carver, mentre molti autori italiani sono del tipo che, come ho sentito dire una volta durante una presentazione, scrive un testo la cui storia si snoda tra un capo e l’altro degli Stati Uniti, dopo aver «studiato per giorni le immagini delle strade su Google Maps».