La sanità nel Lazio, ovvero l’affaire Zingaretti

Una guerra senza esclusioni di colpi ormai è in atto. In palio c’è il potere. Il potere nel Lazio, il potere sulla sanità, il potere nella Regione. Se la Lega sta a guardare, in attesa di entrare agamba tesa al momento giusto, Il Movimento Cinque Stelle – che non si sente così sicuro nel controllo del Campidoglio cerca di mettere alle corde l’avversario Pd nell’agone regionale. Nicola Zingaretti tiene in piedi per scommessa la maggioranza alla Pisana, è impegnato allo spasimo nella corsa alla segreteria del Pd, e in assemblea ha il fiato sul collo della opposizione grillina. Zingaretti ha un tallone d’Achille, il piano di rientro in sanità. Lui, commissario, con le buone e con le cattive maniere ha ridotto brutalmente il deficit, e da mesi annuncia la fine del piano di rientro, promette a destra e a sinistra, annuncia investimenti e assunzioni.

Alle spalle aveva il governo di centro sinistra. Ora è pericolosamente esposto. Che la fine del commissariamento potesse essere un bluff lo pensavano in tanti, ora la questione è formalmente aperta, lo ha detto ufficialmente il ministro Grillo al termine del clamoroso blitz all’Umberto I. Ma non è tutto. Da mesi il governo giallo-verde aveva annunciato un provvedimento che vietava ai presidenti di regione di essere contemporaneamente commissari per i piani di rientro. Misura ritagliata sulla posizione di Zingaretti e De Luca. Alla fine la norma è rientrata in
un provvedimento più ampio e pasticciato. Ma c’è e il calendario corre veloce, la Grillo ha ancora un paio di mesi di tempo per tagliare la testa a Zingaretti e mettergli sulla scrivania un sub commissario. Serve una figura terza a gestire la chiusura di quel processo, dice il ministro. Il governatore ha giocato d’anticipo, presentando un ricorso alla Consulta contro il provvedimento, e bloccandolo per un po’. Deve avere le mani libere, corre per Largo del Nazareno, poi ci sono le Europee. Ha bisogno di tutto il potere possibile. Ma la questione è solo sospesa. Zingaretti ha tanti nemici, all’interno del Pd e fuori. I leghisti potrebbero approfittare della situazione giocando sia sul piano locale che su quello nazionale.

Tutto diventa merce di scambio. Il prossimo atto deve ancora essere scritto.E fa il ricorso alla consulta contro quel provvedimento. In questi giorni il ministro della sanità spara a zero. Non ci sono i presupposti per chiudere con il commissariamento. Serve una figura terza a gestire la chiusura di quel processo. La prossima scena va ancora scritta. Cosa può succedere? Ne parliamo con il prof. Massimo Siclari, docente di Diritto Costituzionale presso l’Università di
Roma Tre.

Professore, come vede la situazione, che margini di manovra ci sono, Chi può fareche cosa. Insomma, diritti, doveri, possibilità Partiamo dalla norma che ricordava
all’inizio.

È stata introdotta da un emendamento che in un primo momento si voleva introdurre in sede di conversione del cd decreto Genova e, successivamente, è stato approvato durante la conversione di un altro decreto legge, che contempla misure disparate in tema di finanza pubblica: una di quelle macedonie legislative (anche troppo assortite) che Governo e Parlamento ci propinano da parecchio tempo. Venendo ai contenuti prevede, tra l’altro, l’incompatibilità tra la carica di Presidente della Regione e di commissario ad acta. Il Governo, dall’entrata in vigore della legge (19 dicembre 2018), ha novanta giorni di tempo per fare valere tale incompatibilità e per sostituire i Presidenti delle Regioni che si trovino in tale situazione. Attualmente, come lei ricordava, si tratta dei Presidenti del Lazio e della Campania. Nella giunta Zingaretti da quest’anno c’è un assessore alla Sanità, proprio alla luce della fine del commissariamento, mentre è stato “ritirato” il subcommissario governativo che controllava e garantiva l’iter del processo di rientro.

Ma lo sostiene il ministro Grillo, il commissariamento non può considerarsi finito. Quindi chi ha il ruolo e il potere per governare la sanità laziale?

Credo sia opportuno ricordare che la vicenda dei piani di rientro è annosa. Nel 2006, si poteva registrare un disavanzo
di quasi 2 miliardi di euro. Zingaretti, nel 2013, ereditò, si fa per dire, un deficit di quasi 700 milioni che, negli anni in cui è stato alla guida della Regione Lazio si sono erosi fino ai 40 milioni del 2017. Non conosco la situazione aggiornata, ma non credo affatto che la tendenza si sia invertita. Direi, piuttosto, che dal piano di rientro si sta uscendo realmente.

Ma l’assessore ha potere nel quadrante del piano di rientro, può mettere mano ai conti, tagliare, assegnare fondi, promuovere, spostare? I suoi atti possono essere invalidati?

Per quanto riguarda l’assessore non conosco i contenuti della delega (che però dovrebbe includere anche l’integrazione sociosanitaria, materia connessa, ma distinta da quella sanitaria), riguardo ai poteri del Commissario ad acta, l’assessore dovrebbeavere solo competenze istruttorie e non firmare atti che continuano a spettare al Commissario stesso. Alla fine di febbraio scadono se direttori generali (Asl e ospedali) che rappresentano
una quota importante in termini potere, nel loro territorio vive complessivamente forse un buon 40% degli utenti del Lazio. È un problema di gestione, ma è anche un problema finanziario e politico. Chi ha il potere oggi di fare queste nomine? Il Commissario in carica cioè il Presidente della Regione Lazio.

Giovanni Tagliapietra per Nuovo Corriere di Roma e del Lazio

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