Abruzzo: vince Salvini, non il “centrodestra”. Vero sconfitto? Il Pd

L’interpretazione che conviene a Berlusconi e Meloni non regge di fronte alla realtà dei numeri. Idem riguardo il M5S. Ecco perché

Il centrodestra ha vinto in Abruzzo? Ma quando mai. Alle elezioni regionali che hanno incoronato nuovo presidente Marco Marsilio (Fratelli d’Italia) non ha vinto la vecchia coalizione di centro (Forza Italia) più destra (Fratelli d’Italia) con la Lega Nord a metà del guado. Ha vinto la Lega ex Nord di Matteo Salvini (28%, da zero!). Anzi, ha stravinto Salvini e basta. Lui, il “Capitano” per i fan, a Pescara ha raccolto quel che ha seminato in questi ultimi due anni di trasformazione genetica del superato leghismo nordista in nuovo leghismo sovranista, tricolore e apertamente di destra. Il trionfo é tutto e solo suo.

Fratelli d’Italia é andata bene, sì, conquistando oltre il 6% e cioè quasi triplicando rispetto alle regionali del 2014. Ma se non ci fosse stata la strapotenza leghista, addio. Quanto a Forza Italia, ha quasi dimezzato i voti rispetto a cinque anni fa (dal 16 al 9%). Se c’é un fatto politico enorme che salta agli occhi é questo: uscendo dal voto abruzzese ingigantito come l’Incredibile Hulk, il vicepremier e ministro dell’Interno può guardare dall’alto in basso ancor più di ieri i due partner occasionali, che da mesi pietiscono in modo davvero imbarazzante il riallacciamento dei rapporti stabili con il maschio alpha Salvini, che li ha scaricati per il M5S. Berlusconi e la Meloni, dopo l’Abruzzo, sono abbonati più di prima alla scomodissima posizione di chi sta col cappello in mano davanti al vero padrone egemonizzatore della destra italiana.

Per il Movimento 5 Stelle racimolare magri risultati alle amministrative é una tradizione consolidata (Torino e Roma non fanno testo, date le situazioni locali straordinarie in cui versavano entrambe le città): mancanza di continuità nell’azione politica sui territori, improvvisazione e mediocrità della preparazione delle liste, difficoltà a individuare candidati convincenti (in questo caso, genialmente, hanno ripresentato né più né meno quella bruciata lo scorso giro, Sara Marcozzi) sono le tare ataviche che il movimento grillino si porta dietro fin dalle origini. Il raffronto con le politiche di un anno fa non regge: nel voto amministrativo il cittadino sceglie in base a logiche diverse da quelle nazionali. Rispetto a cinque anni fa, hanno perso 23 mila voti (dal 21 al 20%). Un calo, ma non un tracollo. A finire con le ossa rotta é invece il Partito Democratico, che crolla dal 25% del 2014 ad un 11% di mera sopravvivenza oggi. L’unico grande sconfitto è il Pd, perché nel complesso l’area di centrosinistra tiene botta, assestandosi ad un 31%, tutto sommato dignitoso coi tempi che corrono.

Per cortesia, però: non dite che ha vinto il “centrodestra”. Ha vinto la destra di Salvini e della sua Lega. Sottilineato sua. Per planare sul nostro Veneto, un plebiscito di questa portata per il leader del neo-Carroccio non può non indebolire, di fatto, l’unico che nel partito é considerato una possibile, anche se solo teorica alternativa, ovvero Luca Zaia. Tempi duri per i non allineati in casa leghista: con un Salvini che spadroneggia, chi si modera, chi liberaleggia, chi fa il controcanto Lega old style, é perduto.

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