«Pastori sardi, la loro esasperazione è la stessa dei veneti»

«La protesta dei pastori sardi è anche un fatto sociale». Lo sottolinea all’Adnkronos Daniele Salvagno, presidente di Coldiretti Veneto, nell’esprimere solidarietà ai colleghi imprenditori sardi impegnati «in una mobilitazione per il giusto riconoscimento del prezzo del latte di pecora». Salvagno coglie l’occasione per «ricordare quanto il comparto lattiero caseario sia senza pace: a cominciare dalle quote, per passare alle importazioni dall’estero continuando con i contratti capestro fino alla conquista dell’etichettatura d’origine. In queste vicende si intrecciano le storie di centinaia di famiglie agricole che continuano, nonostante tutto, a contribuire con saggezza e abilità all’alta qualità delle produzioni italiane nel mondo, talmente buone e ricche di tradizione da essere copiate ovunque con l’italian sounding. A loro è rivolta tutta la nostra attenzione – spiega Salvagno – In Veneto 3 mila stalle lavorano 10 milioni di quintali l’anno che vanno trasformati per l’80% del quantitativo in pezze blasonate: ad esempio per il Grana Padano si impiegano 4 milioni di latte, per l’Asiago 2 milioni, altrettanto significativa è la quantità per il Montasio, il Piave, il Provolone Val Padana. Chiudono
la classifica il MonteVeronese e la Casatella Trevigiana».

«Tutta la filiera regionale – prosegue Salvagno – sviluppa un valore che supera abbondantemente i 500 milioni di euro. Esiste un polo delle latterie (Soligo, Busche, Vicentine) che rappresenta un vero e proprio distretto a sostegno della dignità del lavoro dei produttori, calpestata invece in Sardegna, dove le remunerazioni offerte sono offensive per i pastori ma anche illegali perché le norme sulla concorrenza vietano ”qualsiasi comportamento del contraente che, abusando della propria maggior forza commerciale, impone condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose, ivi comprese, ad esempio qualsiasi patto che preveda prezzi particolarmente iniqui o palesemente al di sotto dei costi di produzione”, secondo quanto prevede l’articolo 62 della legge 1 del 2012 nato proprio per combattere speculazioni e pratiche sleali. La loro esasperazione – conclude Salvagno – è la stessa di tanti nostri allevatori quando si vedevano costretti a vendere quanto munto a sottocosto, anche a 25 centesimi il litro, perché inondati dal latte estero. Ora per fortuna, dopo le difficoltà degli ultimi tre anni, il prezzo è salito di qualche centesimo. Il problema di mercato però permane e deriva, come ha detto qualche giorno fa il presidente nazionale Ettore Prandini, dalla scarsissima considerazione nella filiera dell’agricoltore al quale rimangono solo le briciole. Su di lui vengono scaricati costi, speculazioni, contraffazioni, turbative creati dalle industrie di trasformazione e dalle reti commerciali». (r.a.)

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