Mahmood un pretesto, il bersaglio sono i “nuovi italiani”

Per Salvini sono un’anomalia. Di Maio non si schiera. Il Pd li strumentalizza contro il sovranismo. E nessuno ha una visione strategica

Il dato di fatto che la polemica politica ormai sia strettamente legata al mondo dello spettacolo e alle reazioni sui social di quanto avviene nel provincialissimo microcosmo della televisione italiana, è idea acquisita. Meno ovvio è ciò che sta a monte di queste polemiche, le mutazioni sociali profonde che vengono strumentalizzate per tre giorni e poi gettate nel dimenticatoio. La polemica social fra Alessandro Mahmood e il ministro dell’interno Salvini, col successivo intervento del ministro Di Maio, è interessante non tanto per il suo contenuto, ma per ciò viene tenuto a margine.

L’innominabile lo vediamo tutti, ma ci fa paura dargli un nome, quindi facciamolo: il convitato di pietra in questo caso sono le seconde generazioni di immigrati, i nuovi italiani, gli italo-qualcosa, ognuno scelga il nome che preferisce. Già il fatto che la sociologia tricolore non riesca a trovare una parola condivisa per etichettarli è indicativo: sono qui, vivono fra noi, sono nostri colleghi, amici, parenti, ma ci rimangono in fondo incomprensibili. Non sappiamo cosa sono, cosa vogliono, se sono integrati (integrabili) od ostili.

L’importante è non porre queste domande a loro: siamo noi, italianissimi di destra e di sinistra, sovranisti ed europeisti a dover parlare e decidere per loro. Le aspre discussioni intorno allo ius soli di un anno e mezzo fa avevano dimostrato come il problema fosse vivo e molto sentito, la scelta del governo Renzi e Gentiloni di accantonare la legge (con relative polemiche) senza prendere alcuna decisione hanno semplicemente rimandato a data da destinarsi una soluzione condivisa della questione, che riemerge continuamente, a proposito e a sproposito (come in questo caso).

Alessandro Mahmood è italiano per cultura, modo di vivere, scelte esistenziali, persino per lo stile musicale e l’estetica con cui si è presentato al festival nazional-popolare per eccellenza. Non lo è per la metà paterna del sangue: e quindi? Non è il sangue a decidere l’appartenenza o meno ad una cultura, soprattutto se questa si pretende modello universale di civiltà. La polemica innescata da Salvini ed inasprita dai suoi fan è quindi totalmente fuori luogo, se il bersaglio reale fosse veramente Alessandro Mahmood.

Ma il cantante italo-egiziano è solo un pretesto, il vero bersaglio sono i nuovi italiani, i figli di immigrati nati in Italia e che (molto probabilmente) passeranno la loro vita nello Stivale. Il fronte sovranista verso di loro ha posizioni ambivalenti: da una parte li considera un male minore rispetto ai loro genitori, dall’altro li considera sempre come un’anomalia del sistema che va risolta, con le buone o con le cattive. Dove per cattive maniere nemmeno il fronte sovranista sa esattamente cosa intende: li si rimpatria? Li si ghettizza? Li si mette in classi separate? Soluzioni radicali estremamente costose (sia in termini monetari sia in termini politici), su cui non c’è alcuna linea condivisa.

Su questo tema il M5S è ancora più lacerato, essendo per sua natura costituito da un elettorato tanto di destra quanto di sinistra, che sulla questione immigrazione e nuovi italiani ha posizioni opposte. Ecco quindi che Di Maio si inserisce nella polemica Mahmood tentando di riformulare il problema secondo un’altra prospettiva: non dev’essere un partito o un’ideologia a decidere se Mahmood (e la seconda generazione figlia di immigrati) è italiano o meno, ma il popolo attraverso il tele-voto.

Qui il partito-piattaforma fondato da Grillo dimostra la sua estrema fragilità: ogni problema è rimandato all’ondeggiare degli umori social, ai voti vidimati dal web, alle metriche stabilite da like, condivisioni e visualizzazioni. Nessuna prospettiva di medio termine, nessuna posizione propria, incapacità cronica di smarcarsi dall’agenda politica stabilita dall’alleato leghista. La conseguenza della posizione assunta da Di Maio consiste nel considerare Mahmood uno straniero, dato che il cantante italo-egiziano si è accaparrato solo il 14% del voto da casa. Ma il voto popolare è stato dato alla sua canzone, al suo grado di integrazione o alle sue origini etniche per metà non italiane? Non lo sappiamo e non lo possiamo sapere, i dati non ce lo dicono e non ce lo possono dire.

La decisione viene quindi rimandata alla polemica politica, ormai ridotta a polemica fra tifoserie social, in cui interviene la sinistra, orfana tanto d’icone pop spendibili quanto di idee: ecco quindi che Mahmood (e la seconda generazione che involontariamente si trova a rappresentare) diventa icona di resistenza al sovranismo razzista, uno schiaffo in faccia al governo giallo-verde, un esempio riuscito di mix fra culture. Il fatto che il cantante si consideri italiano al 100%, abbia vinto il festival nazionalpopolare con un brano italianissimo per musica, testo, estetica, ecc che di “arabo” ha solo tre parole, non viene nemmeno preso in considerazione: il multiculturale qui è pura cosmetica, un’etichetta da apporre a qualsiasi cosa passi il convento, pur di assicurarsi tre giorni di polemica sui social e l’illusione di aver radunato un elettorato smarrito sotto una bandiera spendibile per le prossime europee.

Ciò che emerge alla fine della giostra è sconfortante: polemiche sterili, posizioni politiche senza nessuna possibilità di trovare applicazione reale, un problema epocale come quello dei nuovi italiani utilizzato per compattare i diversi elettorati per qualche giorno. Sullo sfondo rimane Alessandro Mahmood e la generazione che involontariamente rappresenta: una generazione per cui non ci sono idee, politiche né risorse. Piaccia o meno, lui e quelli come lui sono qui per rimanere, mentre i partiti e le ideologie vanno e vengono. Prima prenderemo coscienza che questo è il paese reale a cui bisogna dare risposte, prima usciremo dal circolo vizioso della politica pensata come tifo da stadio trasposto sul web.

(ph Instagram Sanremo)

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