Cemento e inquinamento in Veneto, nessuno ne parla più

Livelli preoccupanti, ambiente e salute sempre più a rischio. La felicità (che non é solo il Pil) semplicemente non interessa a certa politica

Era il lontano 1979 quando nella Tunner Lecture Amartya Sen, in maniera pioneristica, presentava una sua nuova teoria in “Equality of what?”. Il premio Nobel cominciò a colpire al cuore l’idea che il parametro del pil fosse in grado di descrivere in maniera onnilaterale il livello di sviluppo di una società. Sen criticò la riduzione antropologica neoliberista, la quale con la concezione dell’homo economicus finiva per sostenere che ogni uomo persegue solamente la massimizzazione dell’utilità personale. Se contano solo i schei, se ogni persona è monopolizzata dall’unico desiderio di aumentare il conto in banca, è evidente che il Pil e il reddito pro-capite sono dei buoni indicatori.

Per l’economista invece l’uomo è qualcosa di straordinariamente più complesso. Ognuno persegue, in una visione potentemente pluralista, modelli di realizzazione personali, diversi, irriducibili. La felicità diventa sinonimo di “vita fiorente”, di fulfillment, che possiamo tradurre con “realizzazione completa di sé”. Per questo una società che funziona consente lo sviluppo di relazioni umane ricche e ha successo se permette ad ognuno di realizzare ciò a cui da valore. Dal paradigma del pil, al modello del benessere. Questo significa che il denaro e il benessere materiale non contano? Assolutamente no. Sen non è un fricchettone, ma un economista.

Nel 2004, insieme al collega americano Stiglitz e al francese Fitoussi, stende un rapporto dal titolo eloquente: “La misura sbagliata delle nostre vite. Perché il pil non basta più per valutare benessere e progresso sociale.” E’ evidente che delle misure come il pil e il reddito pro capite mi dicono poco anche economicamente, soprattutto in paesi come i nostri, nei quali ormai la diseguaglianza è macroscopica. Tuttavia, per definire la qualità della vita contano tantissimi altri indicatori, come la salute, l’aspettativa di vita, il lavoro, il benessere economico, il benessere soggettivo, le relazioni sociali, la partecipazione alla politica e alla comunità, la qualità dell’ambiente, la sicurezza, l’istruzione e molti altri.

Queste riflessioni non sono rimaste lettera morta. Ormai da alcuni anni l’Istat costruisce un rapporto annuale (il Bes, ovvero Benessere equo e solidale), che è una fotografia interessantissima. Che cosa dice del Veneto? Rispetto alle altre regioni evidentemente non ce la caviamo male economicamente. I dati sulla sicurezza, ci dicono, contro l’opinione comune, che siamo un’isola felice. Abbiamo però un evidente punto debole, un tallone d’Achille: l’ambiente e la tutela del territorio. Anche da un punto di vista politico, la capacità di partire dalle nostre deficienze dovrebbe essere essenziale per il miglioramento futuro. Leggendo il rapporto Bes si scopre infatti che alla voce “consumo di suolo”, siamo messi male. Rispetto ad una media di territorio impermeabilizzato italiano del 7,7%, noi siamo la seconda regione dopo la Lombardia con più cemento, con il 12,4%. Il suolo è la pelle della terra. Negli ultimi 40 anni in Veneto sono stati cementificati 152mila ettari di suolo agrario, 10,4 ettari al giorno. Per capirci, con unità di misura a noi più comprensibile, per 40 anni abbiamo cementificato ogni giorno un territorio pari a circa 21 campi di calcio.

Quindi con la terra siamo messi male, e con l’aria? Secondo il parametro utilizzato, i peggiori. Il parametro misura la percentuale di centraline dei comuni capoluogo di provincia con misurazioni valide che hanno registrato più di 35 giorni/ anno di superamenti del valore limite giornaliero previsto per il pm10 (50 µg/m3 ). I risultati: media italiana 33, nel podio Emilia Romagna 83,3, Lombardia 88,5, Veneto 90,5. Primi. Considerando che per la commissione europea l’Italia ha il primato di morti per inquinamento, con 90mila persone all’anno decedute soprattutto in pianura Padana dovremmo farcela addosso e pensare a delle strategie. Invece? Non sembra essere una priorità e una urgenza della politica.

Infine, come siamo messi, noi che siamo un popolo di imprenditori, con la produzione di energie rinnovabili? Nel rapporto si misura la percentuale di consumi di energia elettrica coperti da fonti rinnovabili sul totale dei consumi interni lordi. Qui siamo più scarsi della media italiana, che è al 33%, con un misero 24,2%. Per dare qualche dato, il Piemonte è al 37,3%, la Calabria al 49,7%, la Puglia all’86,8%, la Sicilia 80,7%, mentre nella provincia di Trento si arriva al 183%, ovvero si produce molto di più di quel che si consuma. In sintesi possiamo dire che abbiamo devastato in maniera irrimediabile il suolo, abbiamo una delle arie più irrespirabili d’Europa e utilizziamo poca energia rinnovabile.

Ricordate il monito del grande poeta Andrea Zanzotto: «in questo progresso scorsoio/non so se vengo ingoiato/ o se ingoio». “Scorsoio” è potentissimo ed efficace, i politici che esaltano il territorio, lo hanno in realtà distrutto, come un nodo che scorre, ci stringe e ci stritola. Il Veneto popolato da giganti economici e nani culturali, schiavi della dittatura del consumismo universale, regione dell’asfalto e dell’inquinamento. Sono passati decenni, ma poco è cambiato. Se crediamo con Sen che la felicità e il benessere dipendano da molte dimensioni, non possiamo che ritenere centrale la qualità dell’ambiente che abitiamo. Forse è venuto il momento, per il nostro bene, di chiedere a gran voce un cambiamento radicale.

(ph: Shutterstock – Stokkete)