Nuovo codice della strada: nessuna rivoluzione, solito inferno

Il dibattito sui ciclisti in contromano non lascia speranze: le città italiane appartengono alle auto. Con buona pace della salute

Ai pochi che ancora ci sperano lo diciamo chiaramente: non fatevi illusioni, anche con il nuovo codice della strada non cambierà nulla. L’era dei cittadini padroni in casa propria, dei pedoni che non rischiano la vita, l’”era del cinghiale Bianco”, addavenì. Anche con il Nuovo Codice Pentastellato, verosimilmente gli anziani, i bambini, le mamme le carrozzine (a meno che non siano a bordo di un tank o di un Suv) continueranno ad avere vita difficile perfino sulle strisce. Le biciclette continueranno ad essere sempre, possibilmente, schiacciate contro i marciapiedi dai Diesel Iveco e dalle Golf GTD nere in giro per affari urgenti. Mettiamocela via, non ci sarà nessuna rivoluzione ciclistica auspicata e auspicabile, quella che dovrebbe consentirci «di passare a una concezione della circolazione stradale che abbia altre priorità, non gli interessi delle case automobilistiche, ma le persone, la salute delle persone».

Per togliersi ogni speranza basta leggere il livello del dibattito sui giornali su questi temi, dove tutto sembra ridursi a evitare il gravissimo rischio di consentire alle biciclette di andare contromano. La bicicletta (il suo uso diffuso) sarebbe una rivoluzione, ma troppo radicale per le consuetudini italiane. In effetti siamo di fronte a due mondi antitetici. Uno fatto dalle migliaia di italiani che il sabato pomeriggio preferiscono passarlo nei Megacenter, che sgommano e suonano in macchina alla Checco Zalone, che parcheggiano in terza fila, tirano dritto sulle strisce e son convinti di aver ragione. Poi ci sono gli altri, pochi, quelli che dicono «grazie, prego», che non sono in perenne agitazione e vogliono credere che vivere bene, non debba per forza voler dire consumare molto.

Da una parte chi prende e pretende l’automobile per ogni spostamento, prima la patente i documenti, anche se non sai guidare. Carta canta… Dall’altro chi vorrebbe muoversi in libertà, senza dare fastidio a nessuno. Perché il mondo, l’Italia, il Veneto in particolare sono belli, e in bicicletta e senza automobili sarebbero meravigliosi. Ma è molto difficile cambiare la mentalità e le abitudini radicate. I vigili urbani italiani quando vedono un ciclista lo aspettano al varco. Godono come dei ricci a scoprire quale comma del codice della strada è stato violato. Per parte loro i ciclisti quelli veri, quelli per i quali tutto si fa in bicicletta, quelli con la molletta sui pantaloni o il giornale in tasca per coprirsi dal vento, non quelli moderni appena scesi dal Suv, sono autarchici, in generale semplicemente non guardano i segnali, ma non fanno male a una mosca, hanno ottimi freni e grande controllo del mezzo.

La bicicletta d’altronde è libertà, non piste ciclabili (roba da tedeschi). La bicicletta è una visione del mondo (Weltanschauung), popolare e filosofica, etica prima ancora che morale, da tempo messa al bando in Italia, perché eversiva, incontrollabile. La bicicletta è la possibilità reale per chiunque di andare dove vuole, dove le sue gambe e il suo fisico gli permettono. L’aveva scoperto e l’aveva illustrato anche un grande filosofo come Ivan Illich («Elogio della bicicletta») ma al solito, molti erano stati i lettori, molto meno i praticanti. I severi custodi della legge in Italia invece provengono dalla tradizione, dall’abitudine: «bambino che gioca a pallone nelle aiuole, multa e sequestro del pallone». Così si regola il flusso del traffico nelle città italiane.

Nulla vieterebbe alle nostre città di essere popolate solo da due ruote. Invece no, molto meglio spendere denaro in palestre, fantasiose attività di consumo o risparmio calorico (magari accompagnate da senili scapicollamenti fine settimanali su biciclette spaziali e costosissime) e poi tutti in coda in macchina a produrre e respirare polveri sottili. Senza senso del ridicolo. Soprattutto senza possibilità che la convivenza cambi in meglio, anche con un nuovo codice della strada, sempre troppo buono con le auto, gli automobilisti e tutto ciò che continua a inquinare e a rendere, in certi giorni, così brutto e irrespirabile il volto delle nostre splendide città.

(ph: nomadedesign.com dal film “Fantozzi contro tutti” Maura International Film)

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