Lettera su reddito cittadinanza, il giovane economista: «ridurre orario e salario minimo»

Il suo intervento sul Sole 24 Ore è diventato virale. Qui spiega perché l’ha scritta: «la mia generazione smarrita e cinica, ma bisogna fare politica». Il M5S? «il web non basta, serve una struttura»

Dal Sole 24 Ore su cui è stata pubblicata una settimana fa, la lettera é diventata virale e, nel panorama mainstream avverso all’idea di reddito di cittadinanza, ha colpito. Gabriele Guzzi, classe 1993, romano, laurea con lode in economia alla Luiss e poi alla Bocconi, non è un tifoso da curva social, ma un giovane economista che ha collaborato come “fact checker” (una volta, si sarebbe detto per chi semplicemente approfondisce un argomento smascherando propaganda e luoghi comuni) per LaVoce.info, prestigiosa rivista economica online. Nel suo intervento, ha ribattuto ad alcune fra le principali critiche finora mosse al provvedimento-architrave della politica sociale del governo gialloverde e in particolare del Movimento 5 Stelle (potete leggerlo qui).

Le due contro-obiezioni che fai ai critici del reddito di cittadinanza sono sull’effetto di disincentivazione ad accettare i lavori a basso salario e sulla difficoltà che si incontrerà a far rispettare i parametri, da parte della solita Italia dei cosiddetti “furbetti”. Sul primo punto, sostieni che lo scandalo sia nell’esistenza di salari inferiori a 780 euro mensili. Serve allora un salario minimo, per altro già proposto dal M5S, in combinazione col reddito di cittadinanza? E quali caratteristiche dovrebbe avere, secondo te?
Sicuramente l’introduzione di un salario minimo orario è una necessità per l’economia italiana, e questo non è assolutamente in contraddizione con la contrattazione collettiva. Bisogna invertire un trend di perdita di diritti sociali ed economici, che ha prodotto danni devastanti. Credo che questo deve essere fissato a un livello opportuno rispetto al salario mediano, non troppo alto e non troppo basso per incentivare le imprese ad uscire dai contratti nazionali. Questo inoltre può spingere le imprese a investire in formazione e tecnologia e spingere la produttività e la qualità del lavoro al rialzo.

Spara una cifra, più o meno quanto dovrebbe essere?
Sono valutazioni tecniche che si devono basare su molti fattori. Direi approssimativamente 7-8 euro orari.

Venendo al secondo punto, argomenti che la paura di una truffa di massa non è un argomento, perché altrimenti bisognerebbe rinunciare a priori a tutta una serie di altre erogazioni dallo Stato al cittadino. Ma il grave problema operativo sembra piuttosto essere l’efficienza, che appare molto lontana, dei centri per l’impiego, nonché la mancanza di lavoro disponibile specie al Sud. Sono questi i veri difetti immediati del reddito di cittadinanza?
Questo è un punto interessante. I centri per l’impiego sono assolutamente sottodimensionati rispetto ai paesi vicini in Europa, parliamo di un organico che è circa un decimo di quello tedesco. Va detto che il Rdc prevede un investimento importante in questo: 200 milioni di fondi nel solo 2019 solo per l’assunzione di 6 mila tutor attraverso Anpal Spa, e 120 milioni per altri 4 mila dipendenti nei Cpi. E’ ovvio che bisogna poi creare una rete virtuosa tra il pubblico, gli enti di formazione e le imprese. E questo può essere realizzato solo con una nuova spinta agli investimenti, pubblici e privati, senza la quale un rilancio occupazionale è un miraggio.

Pur provenendo dalla Luiss e dalla Bocconi, ti scagli contro il paradigma dominante, che tu stesso chiami “neoliberismo”, e denunci l’enorme disuguaglianza nei redditi. Credi che il predominio di questa scuola di pensiero (nei testi ufficiali dell’Unione Europea c’è uno specifico richiamo alla variante tedesca, l’ordoliberismo della “economia sociale di mercato”) sia dovuto a una questione di potere nella cultura, ovvero al fatto che finanza e industria tramite editoria, università e media diffondono le dottrine che più convengono loro?
Ho notato che in certi ambienti culturali la parola neoliberismo è come un tabù. Credo che questo sia il risultato di un certo provincialismo culturale che non sa interpretare i segni dei tempi. E’ oramai riconosciuto da tutti che gli ultimi 30 anni sono stati dominati da poche parole d’ordine: flessibilità del lavoro, austerità, deregolamentazione e privatizzazioni. Questo paradigma ha creato povertà e iniquità. Bisogna invertire questa tendenza, che è prima di tutto cultura dominante, ossia linguaggio dominante, soprattutto nei mezzi di comunicazione mainstream. Come diceva Keynes, la vera battaglia si combatte non sul campo economico ma su quello culturale e morale.

Il reddito di cittadinanza grillino in realtà è un sussidio di disoccupazione condizionato, non un vero reddito di cittadinanza, che in quanto tale dovrebbe essere universale e incondizionato, cioè per tutti i cittadini senza distinzioni di reddito e patrimonio. E’ un progetto vagheggiato sia da autori di sinistra radicale, sia da pensatori liberisti. Tu che ne pensi?
E’ un reddito minimo condizionato, e dati i vincoli di bilancio attuali non si poteva fare molto di più. Credo che i problemi siano due: innanzitutto mirare a un’occupazione dignitosa per tutti, ponendola come obiettivo primario dello Stato. Secondariamente, si dovrà anche pensare sul lungo periodo a una distribuzione più equa dei benefici del progresso tecnico. E questa potrà anche prevedere forme di reddito universale che emancipino l’uomo dall’obbligo lavorativo e lo aprano a una forma più libera di contributo alla società, come sperava anche qui Keynes. Siamo però ancora molto lontani da poter anche solo immaginare qualcosa di simile. Possiamo però incominciare a pensare più concretamente a una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Quindi per te il pacchetto completo ideale sarebbe reddito di cittadinanza (anche nella forma attuale, migliorabile), salario minimo e riduzione orario di lavoro? Insomma, viva il neo-keynesismo?
Non amo molto termini come neo, post ecc. Sicuramente questi tre sarebbero buoni pilastri. Ma bisogna costruirci sopra un’idea nuova di Paese, che va dalla transizione energetica, a infrastrutture moderne e sicure e a nuovi investimenti produttivi.

Dal tuo osservatorio personale, fra i tuoi amici, conoscenti e colleghi di università, come percepisci le aspettative, o ansie, di chi oggi ha 20,25, 30 anni? C’è rassegnazione verso un futuro flessibile, alias precario? E’ davvero una “classe disagiata” che si rifugia nel privato, o che al massimo, come impegno politico, va a votare, e che tende al fannullonismo? Qual è la tua maggior preoccupazione, per l’avvenire dell’Italia?
Io vedo intorno a me molto smarrimento e senso di impotenza, che spesso prendono insieme le forme di un preoccupante cinismo. La soluzione per me è sempre politica: bisogna creare forme nuove di creatività politica e culturale. Non c’è altra via. La strada del “disimpegno” degli anni ’80 o del sentimentalismo privatista ci ha portato al nichilismo del mercato che abbiamo appena criticato. Bisogna pensare a parole nuove che sappiano spiegare meglio questa fase, e che sappiano creare forme totalmente nuove di aggregazione e di militanza politico-culturale.

Al di là delle formule un po’ generiche come “nuove forme di aggregazione”, le forze ora al governo rappresentano, con tutti i loro limiti e difetti, una reazione anche inconsapevole al nichilismo di cui parli?
Sicuramente il M5s nasce come movimento aggregativo inedito. Ci sarebbe bisogno però di una migliore struttura territoriale per rendere quest’aggregazione reale, e una più solida organizzazione interna per selezionare e formare meglio la classe dirigente. Il web non è chiaramente sufficiente.

(ph: Facebook Gabriele Guzzi)