70 miliardi pronti per investimenti? L’Ue boccia codice appalti Renzi-Delrio

Procedura d’infrazione per uno dei più grandi flop della passata legislatura. Meglio rivedere le cifre. Perché sono a debito

I lettori di Vvox quasi certamente non possono dirsi sorpresi di un Codice Appalti che molte volte abbiamo criticato su questo giornale online, dalle 181 correzioni pubblicate in Gazzetta Ufficiale dopo quattro mesi dall’approvazione, alla riscrittura di 86 articoli dopo appena 10 mesi di vigenza. Ora arriva l’avvio da parte della Commissione Europea della procedura di infrazione su un Codice non conforme alle direttive europee 23 e 24 del 2014. I dettagli non sono noti, ma la notizia certifica uno dei flop più eclatanti della passata legislatura.

Si era scelto di fare una nuova codificazione dopo appena dieci anni dal vecchio secondo i canoni della “semplificazione e trasparenza”, addirittura con più di 70 principi di delega dati dal Parlamento. Un nuovo codice con ben 50 atti attuativi (14 decreti del Ministero delle Infrastrutture, 16 Atti dell’Autorità Anticorruzione, 6 decreti del Presidente del Consiglio, 15 decreti di altri ministeri). Un nuovo testo con 220 articoli che non ha semplificato e ridotto proprio per nulla le regole rispetto a quello precedente: la semplificazione e la trasparenza dovevano essere assicurate da un articolo del codice (il 216 composto di 27 commi).

Quanto alle norme contro la corruzione, ci sono inestricabili problemi di interpretazione creati dagli obblighi sulle centrali di committenza (chi gestisce le gare di appalto) e sul principio di rotazione (favorisce la distribuzione degli appalti anche alle micro, piccole e medie imprese). Gli alti lai per investimenti bloccati si levono contro una doverosa e obbligatoria analisi costi-benefici e troppo sommessamente invece si avanzano rilievi su un codice contratti che ha bloccato bandi, appalti e fatturato delle imprese per il periodo che va dalla delega a oggi, ovvero 4 anni. Bastava limitarsi a un semplice “copia e incolla” delle direttive, senza appesantirle con capziose e farraginose modifiche. Un codice che ha miseramente fallito, ma forse per certi aspetti è un bene visto che i famosi 70 miliardi di finanziamento teoricamente pronti sono risorse allocate a debito. Sarebbe il caso di rivedere le cifre usando metodi di verifica europei.

Gli operatori del settore, gli enti, le associazione, il Consiglio di Stato hanno evidenziato e denunciato i problemi del Codice Appalti, presentato il 15 novembre 2015 con le firme di Lupi e Renzi e relatori Esposito e Pagnoncelli. I rilievi erano stati tantissimi, ma le reazioni governative sempre violente, accusando di gufismo chi osava avanzare critiche. Adesso bisognerebbe avere l’umiltà e l’intelligenza di ascoltarle per cancellare questa bruttissima vicenda. Senza tornare, possibilmente, al vecchio Codice del 2006, che privava le imprese di ogni certezza a fronte ad una legislazione invasiva e spesso incomprensibile, imponendo extracosti che mettevano in difficoltà anche le imprese più attrezzate, così poi da cadere facilmente nella tentazione di corrompere i funzionari pubblici. Quelle imprese che convivevano e convivono con le inefficienze di un sistema ove un’opera pubblica viene a costare alla collettività anche fino a 8 volte in più che nel resto dell’Europa.

(ph: imagoeconomica)