Autonomia sì, autonomia no, autonomia gnamme: e il Veneto aspetta…

Lotta agli sprechi vs solidarietà nazionale, efficienza vs burocrazia. Una sola certezza: così non si va avanti

L’autonomia regionale è come un grattacielo di ventitré piani, in costruzione. Si sa solo che avrà ventitré piani, ma a qualcuno bastano quindici, e l’area sulla quale verrà costruito. Per il resto è un cantiere, cioè un casino di persone che si muovono, progettisti, geometri, muratori, macchine, materiali. E mentre le betoniere mescolano già la malta, gli urbanisti discettano: ma no, in mezzo a una zona residenziale con ville con giardino e casette a schiera, qui non si può. Gli architetti progettano: almeno due ascensori, e le scale, naturalmente, e l’attico con vista panoramica sull’Italia. I geometri calcolano: qui una bella platea di cemento, e pilastri con l’acciaio, che durino. Ma avete chiesto la concessione edilizia? Eh, l’iter è in corso, arriveranno tutti gli ok. Tutti con gli stivali nel fango del cantiere a spiegare i lucidi non ancora definitivi, a discutere animosamente su carichi e tenute, su metri cubi e metri quadrati, sulla superficie degli appartamenti, sul valore dell’immobile: si discute e si litiga, c’è chi vorrebbe stracciare il progetto, meglio un condominio orizzontale. Incuranti della baraonda, i costruttori stanno già vendendo il grattacielo, piano per piano. I venditori sono i politici.

Fuor di metafora, questo grattacielo, cioè l’autonomia regionale, fa discutere. Stravolgerà lo skyline di una tranquilla comunità abituata peraltro agli abusi edilizi? E’ giusto che i futuri inquilini della torre guardino tutti dall’alto in basso? C’è dialettica a profusione, a vari livelli di competenza e serietà, e comunque appassionata. Si affrontano costituzionalisti, ingegneri del diritto, burocrati di Stato, economisti, e i venditori della politica, che verranno pagati in voti. L’autonomia aggiuntiva regionale è prevista dall‘articolo 116 della Costituzione, comma terzo, appunto per ventitre materie, ma non si può prescindere dall’articolo precedente e dai tre successivi, che disciplinano l’esistenza delle Regioni. Ce le abbiamo da 49 anni, e si pensa adesso come cambiarle. Anzi, come cambiare le competenze di tre regioni capofila (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) alle quali, come un girotondo che si apre per allargarsi, se ne sono aggiunte in corsa un’altra decina. Ci mancava altro che in un cantiere ci si mettesse a ballare. E’ uno strano girotondo, dove – sembra impossibile – ognuno corre per sé.

Con tre regioni, le più ricche, pigliatutto, che fine farà la competenza sempre meno sovrana dello Stato centrale? E e le altre regioni saranno cenerentole a destino variabile? I concetti di accentramento e decentramento, ondivaghi negli anni, si affrontano tra buonsenso e accanimento. «Addio Stato unitario», «è la secessione dei ricchi» tuonano i costituzionalisti del Sud, Gianfranco Viesti e Massimo Villone in testa. «Macché, finalmente se ne discute apertamente. E’ da ventinove anni che cerchiamo di sollevare il problema», ribatte Mario Bertolissi, costituzionalista anche lui, alfiere di una riforma che «fotografa una situazione già esistente». Inutile nascondersi dietro un dito: esistono regioni di serie A, quelle di B e quelle di serie C. Lo scriveva già il maestro Livio Paladin all’indomani della costituzione delle regioni, nel 1970. Poi ne abbiamo viste di tutti i colori: le formiche e le cicale, queste ultime incessantemente assordanti. Situazioni diverse esigono gestioni diverse, lo Stato faccia un passo indietro e lasci mano libera.

Ma c’è un principio ingombrante, la solidarietà nazionale, costituzionalmente garantita. Grandi idee a parte, tutto ruota attorno ai soldi: la gestione di più competenze significa denaro. Dicono le tre regioni in vena d’autonomia: lasciateci i nostri soldi, non li mandiamo a Roma, ce li teniamo qui per gestire e vivere meglio. «Anatema!» dice il Sud, così i poveri saranno più poveri e i ricchi più ricchi. Fenomeno peraltro déjà vu nella società, ci pare. Rimbecca Bertolissi: «se questa dovesse rivelarsi la secessione dei ricchi, io non la firmo». Anche il dibattito ha i suoi gironi danteschi: sul piano elevato dei principi il confronto è aspro ma intellettuale, sul piano tecnico-giuridico resta serrato ma comincia la marea dei distinguo, su quello economico si innesta la guerra dei dati, che tra l’altro non sono certi. Ricorda Bertolissi: «ma sapete che in alcuni anni la sanità calabrese non ha fatto i bilanci? Si è dovuti ricorrere a testimonianze orali…». Replicano da Napoli e Bari: «si rompe l’Italia, la capacità del governo di indirizzare il Paese». «Saremo uno stato Arlecchino». Ma con Arlecchino si ride, magari amaramente, qui c’è solo da piangere.

Perché alcuni dati di fatto sono difficilmente contestabili: lo Stato non funziona bene; molte Regioni non funzionano bene; alcune di quelle che sembrano funzionare bene hanno peccati nemmeno tanto nascosti. Il Veneto per esempio: una politica ambientale disastrosa, dalle basi traballanti, dai tempi lunghissimi, intrecciata ad interessi e condotte criminali: il piano cave, il piano rifiuti sono due esempi. E le scuole? Sulla scuola si vuole decidere quasi tutto (concorsi regionali per gli insegnanti, titoli di studio regionali) ma intanto in dieci anni non si è stati capaci di fare un piano per gli edifici da mettere in sicurezza. Numeri alla mano, la sanità sembra essere il fiore all’occhiello, ma alcuni petali sono appassiti: è vero, nel Veneto i pazienti non muoiono a grappoli, salvo che non ci siano bacilli indesiderati in qualche macchina o non si comprino valvole cardiache taroccate; e formiche e blatte non popolano gli ospedali, che invece hanno simpatici coniglietti nelle aiuole davanti all’ingresso. Però le liste d’attesa ci sono eccome, e la privatizzazione di tutto è un processo in atto. Nessuno è perfetto, però qualcuno lo è ancora meno. Basta pronunciare la parola «forestali» e l’eco si ripete e si espande dalla Sicilia e dalla Calabria nel resto d’Italia. «Forestaliiiii, forestaliiiii»: 22.226 in Sicilia, 10.500 in Calabria, 700 in Lombardia, meno di 600 nel Veneto.

Qualcosa non va. E’ meglio un sindacato nazionale o un sindacato territoriale che magari diventerà aziendale e nulla più? Va bene decidere sul proprio pezzo di infrastruttura quando si tratta di opere nazionali, interregionali eccetera?. «Almeno i controlli sulla sicurezza», dice il Veneto. E i contrari: «i cittadini hanno il diritto di viaggiare sicuri ovunque». Di bello c’è che finalmente la discussione è iniziata ed emerge. Se la politica ha la tentazione del segreto (pre-intese, intese, bozze di accordo che emergono e scompaiono), i tecnici delle due parti si affrontano a viso aperto. Villoni e Bertolissi si sono guardati in faccia, a Padova, armi in pugno ma cavallereschi, e non è stato fair play accademico. Aperture possibili: dice Bertolissi:«io la vedo così: il dialogo tra nord e sud e il suo carattere costituente» ma «in un dialogo entrambi devono essere disposti a dar ragione all’altro». E Villone: «Non si possono lasciare le cose come stanno» ma attenti che non succeda come in Cecoslovacchia: «Nel 1992 cechi e slovacchi si sono divisi, senza guerra civile, senza sangue, in Parlamento: perché lo voleva il ceto politico». Problema centrato: chi vuole da noi l’autonomia sono i cittadini o il ceto politico? Se anche la Campania-cenerentola chiede l’autonomia, la domanda è legittima.

La questione di fondo, per chi scrive, è difficile difficile: l’impervia possibilità di far convivere solidarietà e spreco, quando la prima non può tradursi tout court nel secondo. La lotta impari tra efficienza e burocrazia che, si badi, è anche regionale. L’equilibrio tra disparità di risorse e disparità di gestione. Luca Zaia dice «prima i veneti» e deve fare i conti con Matteo Salvini che dice «prima gli italiani». Pierluigi Bersani cita un detto della sua Emilia: «il maiale è tutto di prosciutti». E’ una metafora gaudiosa, ma non è vero. I veneti tireranno fuori un loro adagio, perché non si può «restar più indrìo de la coa del mas-cio»?

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