«Pfas, anomalie in neonati? Vietare acqua a uso umano in zona rossa»

Il medico Cordiano, il primo a denunciare il caso ambientale e sanitario: «primo rapporto nascite era scientificamente infondato». Esami del sangue? «Inutili, se continua esposizione con acqua, aria e alimenti»

Vincenzo Cordiano, presidente veneto dell’Associazione Medici per l’Ambiente-ISDE Italia Onlus, é il medico ematologo che per primo ha denunciato la contaminazione da Pfas nella falda fra le province di Verona, Vicenza e Padova. Fino a dicembre lavorava all’Ulss 8 di Arzignano, e ora collabora gratuitamente come consulente con il Coordinamento Mamme No Pfas. In questa intervista, fa il punto della situazione sui rischi per la salute delle centinaia di migliaia di cittadini che vivono nell’area coinvolta.

Secondo la perizia della procura di Vicenza, l’aumento del colesterolo nella zona interessata dall’inquinamento della falda é il fenomeno più evidente di danno alla salute. Ci sono altri rischi?
Attendo di leggere la perizia prima di rispondere con cognizione di causa a questa domanda. I rischi sono quelli che si evincono dall’esame della letteratura medica più qualificata a partire da quelle malattie che possono insorgere anche dopo diversi decenni dall’esposizione ad un aumentato colesterolo nel sangue: infarto del miocardio, ictus cerebrale, malattie delle ghiandole endocrine principalmente malattie della tiroide e diabete, dal momento che queste molecole sono distruttori endocrini, cioè interferiscono fino a distruggerle con il buon funzionamento delle ghiandole endocrine (fra le quali non bisogna dimenticare i testicoli e le ovaie).

Qual é dunque la fotografia dei problemi riscontrati finora?
E’ noto che nella zona rossa gli studi della della Regione Veneto hanno evidenziato un aumento significativo di eventi avversi sia a caro della madre in gravidanza che del feto. Recentemente studi dell’Università di Padova hanno rilevato gravi anomalie dello sviluppo degli organi sessuali maschili in adolescenti residenti nella zona rossa con segni di femminilizzazione, oltre ad anomalie del numero e della qualità degli spermatozoi che mettono a rischio la fertilità di questi giovani. Numerosi studi condotti negli ultimi anni nelle migliori Università del mondo hanno messo in relazione l’esposizione durante la gravidanza anche a basse concentrazioni di alcuni PFAS ad una ridotta risposta immunitaria dei bambini. Ed è proprio grazie ai risultati di questi studi che è partita la corsa a chi abbassa di più i limiti dei PFAAS nell’acqua potabile. Infine, nei soggetti esposti a livelli più alti di PFOA (poco si sa per quanto riguarda il rischio neoplastico degli altri PFAS) è possibile un aumento del rischio per tumori del rene e dei testicoli. Uno studio regionale ha evidenziato un eccesso di interventi chirurgici proprio per cancro al testicolo nel comune di Lonigo.

Chi deve essere sottoposto ad esame, per scongiurare ogni pericolo?
Non esiste un esame (o una batteria di esami) che “scongiuri ogni pericolo”. Il mio punto di vista personale è che fino a quando non si troverà il modo di accelerare l’eliminazione di queste molecole dai tessuti, il ricorso ad esami, compreso il dosaggio dei PFAS nel sangue, da parte di soggetti asintomatici sia essenzialmente uno spreco di risorse. A poco serve sapere quanti PFAS ognuno ha nel proprio sangue se poi continua ad essere esposto con l’acqua potabile, con gli alimenti, con l’aria, con il contatto quotidiano attraverso le centinaia di prodotti che contengono PFAS.

Sulla base di uno studio del Cnr (Consiglio Nazionale Ricerche), secondo da quanto lei già detto alla stampa dovrebbe essere vietata la pesca dell’agone e delle anguille nel Lago di Garda (in cui secondo l’Efsa-Autorità europea sicurezza alimentare, i valori di tolleranza sono rispettati), e la contaminazione dei pesci è riscontrabile nei principali laghi del Nord Italia, con la punta massima nel Lago Maggiore. Chiederete ufficialmente a Zaia di procedere al divieto di pesca?
La pesca delle anguille nel lago di Garda, e il loro consumo, è già vietata da molto tempo a causa della diossina. E’ possibile che anche gli altri pesci del lago di Garda contengano diossina oltre ai PFAS e quindi, a mio modesto parere, il loro consumo dovrebbe essere precauzionalmente vietato comunque. Devo però precisare che non sono a conoscenza se la diossina è stata cercata oltre che nelle anguille anche in altri pesci, che potrebbero accumularne di meno. Io personalmente ritengo che per il principio di precauzione il consumo delle specie di pesci contaminati da PFAS provenienti dai laghi subalpini debba essere vietato, come già deliberato in Veneto nella zona rossa, del resto. Non sono a conoscenza del parere EFSA secondo il quale “i valori di tolleranza sarebbero rispettati”. Se si considerano i nuovi limiti proposti due anni fa dall’EFSA, e non quelli oramai obsoleti della stessa agenzia del 2008, come spiego nell’articolo del mio blog personale, basta un etto dell’agone del lago di Garda per superare il “limite di tolleranza”. Limite di tolleranza che non ha alcun valore biologico e nessuna validità scientifica. Per sostanze artificiali come i PFS PFAS non possono esistere limiti di tolleranza o quantità giornaliere accettabili. La TDi, come si chiama in termine tecnico, o Dose Giornaliera Tollerabile, è un’invenzione delle potenti industrie chimiche che pensano possa esistere una dose minima giornaliera di veleno che si possa ingerire senza alcun rischio per la salute umana.

Quindi a Zaia non c’é da fare alcuna richiesta particolare, su questo fronte?
Io personalmente al Presidente della Regione non intendo presentare richieste. In tutti questi anni, la Regione Veneto non ha mai ritenuto di ricevere esponenti di ISDE per sentire le nostre ragioni né di rispondere alle proposte avanzate con documenti ufficiali. Io personalmente non sono mai stato convocato dai vari direttori e dirigenti che si sono succeduti nell’Ulss in cui ho lavorato per ascoltare dalla viva voce di un loro dirigente proposte concrete e dubbi o perplessità su iniziative che sono state intraprese, una su tutte la plasmaferesi. In compenso ho solo ricevuto due provvedimenti disciplinari e diffide a non esprimere in pubblico le mie opinioni sul disastro ambientale da PFAS in Veneto se difformi da quelle “ufficiali”.

Si sono succedute nei mesi notizie sui cibi a rischio. Quali, e di quale aree sono quelli che a voi dovrebbero essere indicati come rischiosi?
I prodotti a rischio sono innanzitutto il fegato e le interiora degli animali nutriti con acqua contaminata, vengono poi uova e pesci. Queste sono le categorie di alimenti che più accumulano PFAS e altre sostanze tossiche. Tuttavia anche ortaggi e verdure, latte delle zone contaminate a mio parere andrebbero cautelativamente evitati. I rischi per la salute sono quelli citati in precedenza, evidenziati per la prima volta da uno studio ISDE-ENEA che finora è l’unico pubblicato su una rivista internazionale, mentre quelli compiuti dalla Regione Veneto non sono stati finora sottoposti al giudizio della comunità scientifica, quando invece sarebbe molto opportuno che ciò avvenisse. Ai rischi elencati va aggiunto il bassissimo peso alla nascita, cioè le nascite premature con meno di 1 chilogrammo alla nascita, la cui frequenza anche nella zona rossa è risultata notevolmente aumentata, in accordo con i dati della letteratura scientifica più recente. E’ comunque inutile continuare ad esporre la popolazione ad elementi inquinati che aumentano le concentrazioni dei PFAS nel sangue e poi proporre metodi sperimentali e mai provati al mondo per allontanarli dalla circolazione o, addirittura, come ebbe a dire un funzionario medico regionale, “per ripulire i tessuti”, cosa in realtà mai dimostrata.

Cosa si rischia esattamente, precisando come ha fatto lei che i Pfas non causano tumori al sangue o linfomi? Serve un altro studio epidemiologico oltre a quello della Regione Veneto?
Non ho mai detto che i PFAS non provocano linfomi e leucemie e neppure che li provocano, bensì che vi sono almeno due studi che hanno osservato un incremento significativo di tali patologie nella comunità dell’Ohio contaminata dalla Dupont e negli operai della stessa multinazionale. Soltanto uno studio epidemiologico ben congegnato e altrettanto ben condotto potrà evidenziare quali patologie e con che percentuali sono eventualmente aumentate nella zona rossa e in quelle circostanti. Rimane da capire perché, pur essendo già stato deliberato l’affidamento di un tale studio epidemiologico all’Istituto Superiore di Sanità qualche anno fa, finora non si ha notizia che sia stato avviato. Faccio presente che i risultati di uno studio di “coorte osservazionale” o “caso-controllo”, come vengono definiti in gergo, potrebbero essere molto utili anche in sede giudiziaria ai fini dell’accertamento delle responsabilità e del risarcimento dei danni. Quello che la Regione Veneto sta conducendo non è uno studio epidemiologico e presenta dei punti deboli: esclude a priori i soggetti con meno di 14 anni (anche se solo da poco hanno cominciato ad chiamare i bambini di 9 e 10 anni), quelli con più di 65 anni e le donne gravide, cioè le categorie di persone più sensibili agli effetti dei PFAS.

È di ieri la notizia dell’aggiornamento del Registro Nascite regionale su mamme e bambini nella zona rossa. Come li giudica?
La lettura dei dati aumenta vieppiù la mia preoccupazione, confermandosi lo stato di gravissimo disagio sanitario nelle zone contaminate da PFAS, non solo nella zona rossa. Siano o no provocati dai PFAS eventualmente con il concorso di altre concause, i danni comunicati confermano, qualora ce ne fosse bisogno, che sarebbe stato necessario (e lo è ancora) sospendere fin da subito l’erogazione di acqua ad uso umano contenenti quantità anche minime di PFAS. Questo in omaggio del principio di precauzione che è legge europea e della Stato italiano. Ma è oramai assodato che il concetto di principio di precauzione che abbiamo noi medici per l’ambiente è molto diverso da quello dei decisori politici. Le istituzioni non hanno mai accettato, con la lodevole eccezione di pochissimi sindaci, di vietare l’uso dell’acqua potabile, anche filtrata, nelle scuole di ogni ordine e grado e alle donne in età fertile. Questo per ridurre i danni a carico delle generazioni attuali e di quelle future. Le autorità locali, regionali e nazionali non lo hanno fatto, essenzialmente per paura di danni all’immagine e all’economia di una regione ricca e virtuosa. E delle mancate decisioni che avrebbero potuto tutelare immediatamente e veramente la salute delle persone a rischio ne risponderanno alle loro coscienze e ai bimbi veneti mai nati o nati malformati o prematuri e ai loro genitori. Inoltre i risultati dell’aggiornamento smentiscono in modo clamoroso affermazioni prive di validità scientifiche contenute nel primo rapporto, secondo le quali il bassissimo peso alla nascita (cioà neonati con meno di un chilogrammo alla nascita) si sarebbe ridotto fin da subito dopo l’applicazione dei filtri. Affermazione di natura squisitamente politica e senza alcuna validità scientifica per chiunque conosca la natura di interferenti endocrini dei PFAS, la loro capacità di scompaginare la programmazione dello sviluppo fetale e la natura di sostanze Persistenti, Bioaccumulanti e Tossiche (PBT).