Cattolici/2: un Sinodo “contro” Salvini? Un errore. Ecco perché

La proposta dell’arcivescovo di Palermo sembra invitare all’integralismo. Ma non può essere lo Spirito Santo a dettare la linea politica

Si torna a parlare di una rinnovata stagione politica dei cattolici. Alcuni commentatori ne vedono i primi segni nelle affollate conferenze di padre Alex Zanotelli, intransigente fustigatore dei governanti di oggi e di ieri (Fazzini, Corriere del Veneto). Altri la vedono ormai in atto e si preoccupano che il naturale pluralismo delle scelte politiche non intacchi il valore preminente della comunione ecclesiale (Paoletto, La voce dei berici). La pensa in modo completamente diverso l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, il quale, sul Corriere della sera, esclude «una “risposta” politica dei cattolici alla crisi dell’Italia». Essa «sarebbe, oltre che un errore, un otre vecchio per un vino nuovo. Non è il momento e non ha alcun significato reale l’idea di una chiamata alle armi, di un progetto di riconquista, di una nuova formazione di “cattolici”». Fino a questo punto l’analisi di monsignor Lorefice è condivisibile: l’esigua e invecchiata pattuglia dei cattolici italiani a tutto pensa tranne che ad eroici progetti di riconquistare alcunché, senza contare che non è alle viste nessun Cid Campeador in grado di competere con Matteo Salvini.

I dubbi cominciano subito dopo e precisamente là dove l’arcivescovo di Palermo scrive che «siamo in mezzo alla storia come gli altri, facciamo parte dello stesso popolo, con le sue debolezze e le sue risorse. Collocarsi fuori, pensare a una azione “politica” dall’esterno sarebbe un fraintendimento decisivo. L’assetto sinodale è a mio modo di vedere l’unica risposta giusta (…) Fare Sinodo oggi è caricarsi delle attese, dei dolori e delle fatiche di tutti e collocarle davanti a Dio per farci dire dallo Spirito in che modo oggi dobbiamo essere discepoli di Gesù di Nazareth». Monignor Lorefice, secondo la mia opinione, compie due errori abbastanza evidenti: in primo luogo, infatti, non si comprende come l’agire politico possa essere considerato qualcosa che sta “fuori”, qualcosa di “esterno” alla storia e al popolo, quando invece coincide con la “polis” perché ha come fine il bene comune, il bene di tutti, anche se non sempre i mezzi scelti per conseguirlo si dimostrano i più appropriati.

In secondo luogo perché non si può sostituire l’agire politico, che riguarda tutti, con l’assetto sinodale che riguarda solo i cattolici, trasferendo poi su quest’ultimo le stesse finalità dell’agire politico in quanto unica risposta giusta alla crisi dell’Italia. Lo Spirito soffia dove vuole, sta scritto, ma tendo ad escludere che, una volta venuto a conoscenza delle attese, dei dolori e delle fatiche del popolo, lo Spirito Santo dica ai cattolici italiani cosa fare e suggerisca loro le soluzioni (leggi, decreti, regolamenti) tali da farli considerare degni discepoli di Gesù di Nazareth. Un tempo molti cattolici, fedeli alla dottrina sociale della Chiesa, praticavano nell’agire politico la faticosa cultura della mediazione. Oggi, sia pure con le migliori intenzioni, monsignor Lorefice sembra proporre una stupefacente stagione integralista. Bene così?

(ph: Imagoeconomica)