Falso ginecologo a Bassano: «mia figlia morta senza giustizia»

Renata Stevan torna a chiedere giustizia per sua figlia Silvia, la 29enne morta nel 2004 a causa di serie complicazioni dopo aver partorito all’ospedale di Bassano. 11 anni dopo, nel 2015, Andrea Stampini, il sedicente ginecologo che la fece partorire si è rivelato essere un geometra e non un medico. Da allora la signora Stevan (in foto) è in cerca di giustizia per la figlia e per la nipotina, rimasta orfana appena nata. «Dopo 15 ore di travaglio – spiega ai microfoni del Tg Zero su Radio Capital -, questo signore, che pensavamo fosse un medico, ha deciso di fare il cesareo. Non vi dico in che condizioni era Silvia», racconta la madre. «Questo geometra non ha fatto solo morire mia figlia, ma anche un’altra donna. E tutto è venuto alla luce perché nel 2015 è nato un bambino cerebroleso. Lo zio del piccolo ha svolto delle ricerche, scoprendo che il “dottore” non si era mai laureato». A quel punto la signora Stevan ha deciso di fare causa all’ex Ulss 7 Pedemontana (oggi Ulss Berica), dove il falso medico ha operato per ben 35 anni, «perché non si può assumere una persona senza controllare i suoi requisiti».

La storia, già di per sé incredibile, diventa ancor più assurda allorché l’Ulss comunica che non ci sarebbe stato un risarcimento, in quanto la loro compagnia assicurativa copre gli errori medici ed essendo Stampini un geometra e non un medico, i soldi non potevano essere erogati. «Ma di chi è la responsabilità?», domanda la donna. «L’Ulss può cavarsela dicendo “ops, non ho controllato”?». Inoltre, trattandosi di fatti risalenti al 2004, l’azienda sanitaria ha chiamato in causa la prescrizione del reato, essendo passati 15 anni dalla morte di Silvia. Peccato che, come ricordato dagli stessi giornalisti di Radio Capital, la prescrizione maturi dal momento della scoperta del fatto. La signora Stivan ha raccontato la sua storia in diversi programmi tv, da Le Iene a Mi manda Rai Tre. «Dopo l’ultima trasmissione il direttore sanitario mi ha chiamata per un colloquio. Io non do la colpa a lui come persona perché è qua da poco. Ma alla struttura sì», afferma con voce strozzata la donna, consapevole che nessuno potrà mai ripagare la perdita subita. «Vorrei perlomeno che qualcuno dicesse “abbiamo sbagliato“».

(Ph. Unitalsi Triveneta)