Mangiare di Magro fa bene al corpo e all’anima

Mangiare in Quaresima
In passato era un periodo in cui astenersi da cibi grassi, molto dolci, dagli alcolici, ed in alcuni giorni anche dal consumo di carni, dando invece spazio al pesce, alle verdure, ai piatti più “semplici”. Ovviamente non era solo una questione di scelta degli ingredienti, ma di scelta “filosofica”: ingredienti poco costosi dovrebbero, nel principio quaresimale, consentire un risparmio che permette di devolvere l’equivalente in opere di carità. Astenersi per un periodo limitato di tempo da alcuni ingredienti o da alcuni piatti, ha un grande valore salutistico; grazie ad una “intelligenza somatica”, infatti, col digiuno il corpo si depura, eliminando le cellule invecchiate e accelerando i processi di metabolismo e rinnovo cellulare.

La dieta in Quaresima dovrebbe rispondere a queste regole: prevedere il consumo di verdure e frutta, sostituire le proteine del pesce a quelle della carne, prediligere i grassi vegetali, e non sempre penalizzare il gusto o le calorie. In molte culture, ancora oggi, una cucina più leggera “prepara” ad un periodo di festa. Un periodo di astinenza non è tipicamente cattolico, ma è comune a molte religioni: un esempio ne è il Ramadan. Che oggi vogliate intenderla come “preparazione alla prova costume” o riflessione religiosa, tutto questo viene collocato nel periodo dell’anno che precede la Primavera, periodo di rinascita. Se culturalmente le grandi religioni monoteiste prevedono un ricorrente periodo di purificazione, è certo che questo debba avere un grande significato antropologico.
Ma non sempre “mangiar di magro” coincide col mangiare senza gusto, anzi eccovi alcuni spunti: insalata di mare, acciughe salate condite, carciofi alla Cavour, sarde o alici ripiene al sugo, involtini di melanzane, filetti di pesce persico allo zafferano con indivia e finocchi, bigoli con bacalà, spaghetti con ragù di sgombro, polpettine di alici, torte e biscotti con grano saraceno, mele, nocciole e fantasia.

Mentre scrivo sono al Bàcaro di Claudio, chioggiotto Doc, che con i suoi baldi giovani non desiste dal propormi calici di Lugana o di Prosecchi mentre al banco cicchetti invitanti fanno salire l’ebbrezza della convivialità e del corteggiamento a fanciulle che per il solo fatto di essere qui con il sorriso sulle labbra ed il calice in mano, salgono nella classifica delle preferenze…

 

 

A proposito, parliamo di cibo “casto”.
La sobrietà quaresimale, col suo messaggio di digiuno, ci conduce alla Pasqua. Il cibo è un’arte, cioè un’espressione dell’uomo. Gli animali si nutrono, l’uomo mangia; ossia non si accontenta di introdurre elementi nutrizionali. Fa del cibo ben preparato e consumato fraternamente, un simbolo della sua umanità.
E’ inutile che noi italiani ci intestardiamo con l’industria pesante: i nostri gioielli, i nostri brand inimitabili e vincenti, sono il turismo, l’arte e l’enogastronomia. Nella preparazione e nella consumazione del cibo si incarnano sopraffine valenze relazionali. Il cibo che mangiamo – un po’ come la casa che abitiamo o il vestito che indossiamo – dice di noi. Funziona come protesi espressiva del nostro essere persona. E’ opera nostra e insieme ci nutre, non solo nelle viscere ma nella nostra umanità e nei nostri legami. Lo sa una mamma con tutto l’amore che ci mette nel preparare e cucinare le fettuccine. Lo sa lo chef che danza tra i fornelli come sul palco di un teatro. Lo sanno i commensali che affidano al pasto consumato insieme l’avvio o il consolidamento, comunque sempre il godimento, di una relazione. Al punto che quando si litiga, la prima cosa che si smette di fare è mangiare insieme.

Il cibo è sobrio, “casto” proprio quando propizia la relazione.
Al contrario è in-casto, “incestuoso” quando intratteniamo con lui un rapporto sperequativo. Ingordigia, abbuffata e spreco generano lo scandalo planetario di qualcuno che ha più cibo che fame, rispetto a moltitudini che hanno più fame che cibo. In ebraico “pane” ha la stessa radice di “guerra” (lehem); impariamo dal messaggio pasquale, una misura, una compostezza, una distanza rispetto al cibo: impareremo a mangiare bene e a vivere meglio con l’altro.

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