La sinistra riparta dal “partito dell’amore”. Per suicidarsi definitivamente

Mahmood, Emma, marce antirazziste: puntare sul sentimentalismo per credersi vicini al popolo. E’ la politica del folclore

Quando l’allora premier Berlusconi, contro le critiche dell’opposizione, definì il Pdl il «partito dell’amore», ci furono parecchi mal di pancia e perplessità, non solo a sinistra. Cosa significa partito dell’amore? Che programmi ha un partito che ha come base fondante l’amore? Nessuno, e il ventennio berlusconiano lo ha dimostrato: molte leggi ad personam, leggibili come l’amore dell’allora maggioranza per il proprio leader, e poco altro di significativo, soprattutto nessuna idea a medio termine di cosa fare dell’Italia. Caduto Berlusconi si credeva che quel periodo politico, fatto di scontri ferocissimi sull’allora leader di centrodestra e nessun confronto sui programmi, fosse definitivamente archiviato, e il partito dell’amore fosse uno dei tanti slogan sepolti insieme all’imprenditore di Arcore.

Nel 2019, invece, scopriamo non solo che il partito dell’amore è un’idea viva e vegeta, ma riesce a compattare nelle piazze e sui social gran parte degli oppositori dell’attuale governo. Sì, perché le etichette si sono invertite: se allora era il Pdl il partito dell’amore e la sinistra all’opposizione quello dell’odio, oggi è la sinistra più o meno radicale a rappresentare il fronte dell’Agape e il governo gialloverde quello dell’astio e del rancore. Se lo scambio d’etichette e slogan da una fazione all’altra in politica è cosa comune negli ultimi due decenni, si spera almeno che sotto la stessa confezione il prodotto negli anni sia diverso, o almeno – leggermente- migliorato. A fugare ogni illusione ci vuole poco: le primarie del Pd con tre candidati senza alcun programma che non sia uno stanco prolungamento di quello del precedente governo Renzi-Gentiloni, la frantumazione di Leu e Pap, più interessate a sopravvivere fino alle Europee che non a proporre una qualche alternativa all’agenda di governo, il resto dei partiti in coma terminale. Se i partiti agonizzano, rivolgiamo allora lo sguardo alla società civile, sperando fuori dal Palazzo qualcosa di vivo si muova.

Di nuovo la speranza viene delusa. Anche la sinistra sindacale, civica e associativa, ha ormai abdicato a far opposizione sui programmi, lanciandosi a corpo morto in proteste puramente emotive, fatte di slanci sentimentali e polemiche social furenti su temi sensibili, affrontati come se fossero problemi morali-relazionali (“noi amiamo gli immigrati mentre i gialloverdi li odiano!”) e non scottanti questioni di risorse, idee di un futuro possibile, riforme strutturali dell’Italia e dell’Europa. Ecco quindi che Mahmood, Emma Marrone e la marcia antirazzista del 2 marzo si fondono e si confondono in unico calderone di rabbia, indignazione, professioni d’amore. Il partito dell’amore si è frantumato ed è diventato il fronte sociale dell’amore, che raduna tutto e il contrario di tutto (dai cattolici ai comunisti irriducibili, dagli anarchici ai neoliberali di +Europa) in un unico abbraccio d’agape universale.

Cosa unisce questo fronte? L’odio per il governo gialloverde e l’amore per gli ultimi e i penultimi. Nessun programma, perché questo fronte vive sull’accordo unanime sui mezzi di lotta. Elenchiamoli allora: flash mob, convegni, manifestazioni, esternazioni di artisti simbolo (ieri Mahmood oggi Emma Marrone, dopodomani chissà), tweet, petizioni su change.org, qualche sporadica occupazione o resistenza allo sgombero. Il politologo Nick Srnicek definisce questa mancanza di programmi soppiantata dall’accordo sui mezzi di lotta con un’etichetta che sarebbe assolutamente da introdurre nel dibattito pubblico italiano: folk politics. Una politica basata sulla spontaneità, la creatività artistica, l’agitazione sui social, le manifestazioni colorate e l’assemblea organizzata secondo i principi della democrazia diretta, viso a viso, senza mediatori (politici, sindacali, ecc). Una forma di politica che negli ultimi 20 anni ha prodotto grandi eventi (movimenti anti G8, Occupy Wall Street, ecc) imponenti manifestazioni, migliaia di dibattiti sui media e zero (ripetiamo: zero) risultati pratici.

Una politica suicida se si guardano i risultati tangibili, ma che ha una caratteristica rara di questi tempi: fa sentire le persone parte di un movimento collettivo, conferisce identità spendibili sui social (“io condivido! Io c’ero! Io resisto! Io amo!”), rassicura le associazioni, partiti, sindacati aderenti di avere ancora un contatto sentimentale con il popolo. Caratteristica capace di divorare qualsiasi altra di questi tempi, dato che il sovranismo, facendosi presunto portavoce dell’autentica volontà popolare, sembra abbia lasciato alle opposizioni la possibilità di rappresentare solo le élite. Quindi ecco che dimostrare esista un popolo altro rispetto al popolo rappresentato dal fronte sovranista è un obbiettivo politico a cui vale la pena di sacrificare molto, forse tutto. Compreso il dettaglio di proporre un programma, cosa impossibile dato che, come ci ricorda di nuovo Srnicek, parlare di programmi concreti smorza l’entusiasmo emotivo e costringe a ragionare su dove reperire risorse, come redistribuirle, con chi allearsi e cosa fare nel caso si vada al governo. Tutte fasi non solo terribilmente noiose, ma che generano rancori e asti, soprattutto lì dove si parla di soldi – che non ci sono. Ecco quindi la fotografia dell’attuale panorama politico-sociale italiano: abbiano un popolo che odia ed un popolo che ama. Per un popolo che pensa e costruisce qualcosa di tangibile, aspetteremo probabilmente un altro ventennio.

(ph: Imagoeconomica)