Industriali, a quando un esame di coscienza?

La lettera di Vescovi (Confindustria Vicenza) ha uno scopo tutto politico: minacciare la Lega di toglierle l’appoggio se non si fanno Tav e autonomia

Negli ultimi decenni la voce dei poteri forti si è fatta più discreta, e per una buona ragione: perché mai uscire allo scoperto quando tutti i politici (siano essi leghisti, piddini e ora pure grillini) ripetono come pecore quello che vuoi tu? Per questo la lunga – e noiosa – lettera del presidente di Confindustria Vicenza Luciano Vescovi al Foglio è un’occasione straordinaria. Vescovi consegna al giornale romano una vera e propria visione del mondo. Lo fa con un esercizio retorico furbo, ma molto poco convincente: prende la generica sfiducia dei suoi aderenti e gli dà il senso che vuole lui. La voce dei veri imprenditori scompare così dietro ad una lettera il cui scopo neanche troppo velato è quello di minacciare la Lega di toglierle il sostegno confindustriale nel caso in cui Tav e autonomia non si sblocchino.

Per noi comuni mortali rimane invece un po’ straniante leggere questa lettera che parla di un’imprenditoria immacolata e animata persino da una “passione amorosa” (accidenti!). Con un colpo di spugna Vescovi cerca così di nascondere i decenni di delocalizzazioni, speculazioni e disastri ambientali di cui il “modello imprenditoriale veneto” si è nutrito a spese della collettività. Quello di Vescovi è un paese in cui scompaiono quelli che ogni mattina si svegliano presto per andare a lavorare, magari per un salario da fame: tutta la ricchezza è prodotta in beata solitudine dagli eroici imprenditori. Il suo è un paese in cui il primo nemico sarebbe la burocrazia, nonostante l’Italia sia fra le nazioni Ocse con meno dipendenti pubblici. Un paese in cui la tassazione sull’impresa sarebbe troppo alta, nonostante le tasse sui profitti in Italia non siano mai state così basse. Un paese in cui investire sarebbe praticamente impossibile, nonostante i continui regali fiscali agli imprenditori fatti a spese dei contribuenti.

Nel paese reale molti imprenditori hanno preferito affrontare la globalizzazione abbassando i salari e i diritti dei propri lavoratori, invece di investire in ricerca e sviluppo. Nonostante la propaganda confindustriale, i dati freschi di Unioncamere confermano che l’imprenditoria veneta ha smesso di investire sull’economia reale e sul territorio, preferendo forse le più redditizie speculazioni finanziarie. Vescovi dimentica poi di citare la morsa fiscale fra le cause della sfiducia degli imprenditori, una piaga resa insostenibile nel nostro territorio dal crollo delle banche popolari. Certo, Vescovi avrà preferito non tirare in ballo Gianni Zonin, che per molti decenni è stato uno dei dominus del sistema imprenditoriale vicentino. D’altro canto, nel mondo al contrario di Vescovi non hanno spazio i tanti imprenditori che in nome del profitto hanno devastato la nostra terra, tanto socialmente quanto ecologicamente.

Dieci anni di crisi economica danno alla lettera di Vescovi un sapore di antico. Per rimettere in sesto la nostra disastrata economia, avremmo bisogno di un’imprenditoria più umile e meno ideologica. Invece la lettera di Vescovi unisce i soliti dogmi del pensiero unico liberale con la pretesa di voler dettare l’agenda economica del paese – ovviamente per i propri interessi di bottega. Un’imprenditoria – quella di Vescovi – ormai del tutto subalterna agli interessi della Germania, sul cui successo pensa stupidamente di poter prosperare per sempre. Un’imprenditoria, insomma, degna di un paese colonizzato. Queste chiacchiere sono andate bene agli italiani e ai veneti per più di trent’anni. Hanno fallito, come ha fallito questa classe dirigente di imprenditori e politici. C’è bisogno di un altro copione, perché quello che ha da offrirci Confindustria non ci ha portato niente di buono.

(ph: Facebook Confindustria)