La dura vita del giornalaio, mestiere in via di estinzione

Costretti a vendere di tutto e di più per sopravvivere. E intanto chiudono due edicole al giorno. Viaggio in un mondo con troppi “nemici” (non solo il web)

Si fa fatica perfino a pronunciarlo: 0,0037 vuol dire 37 decimillesimi di euro. E’ il compenso dovuto agli edicolanti per l’inserimento degli inserti gratuiti in ogni copia del giornale. Bisogna vendere mille giornali per guadagnare 3,70 euro. Mille giornali! Più che un’assoluta chimera, una presa in giro. Ma sono proprio questi 37 decimillesimi di euro che danno la misura del dramma: i giornalai devono attaccarsi a tutto pur di sopravvivere. E muoiono lo stesso, a ritmi vertiginosi.

Le statistiche sono impietose. Chiudono due edicole al giorno, in Italia. Più esattamente: secondo i dati Unioncamere, nel 2017 esistevano 15867 «imprese del commercio al dettaglio di giornali e riviste». Nel 2018 sono scese a 15126, cioè 741 in meno, appunto hanno chiuso in media due al giorno. Una strage annunciata, prima strisciante, oggi esplosiva. E rischiano di essere dati parziali, perché ci sono altri diecimila punti vendita non censiti da Unioncamere; secondo il sindacato autonomo Snag/Confcommercio, le rivendite sono 26.500, e la crisi profonda le colpisce tutte.

E’ la conseguenza diretta della débâcle della vendita dei quotidiani: cominciata nel 2008, sembra inarrestabile. A parte i balletti di cifre sulle copie stampate, diffuse e vendute, parlano da sole le stime economiche. Nel 2007 il fatturato complessivo della vendita di quotidiani e periodici toccava i 5,5 miliardi di euro. Nel 2017 si è attestato sui 2,2 miliardi, l’anno scorso è sceso sotto i due. Un decremento che supera i 3,5 miliardi di euro, bel oltre il 60%. Il che significa che per gli edicolanti il reddito derivante dal giornali e riviste si è più che dimezzato. E gli editori, già in difficoltà per conto proprio, non concedono nulla. Il contratto di distribuzione è stato firmato nel 2005, c’è stato un aggiornamento ma da dieci anni è lì, ingessato e immobile mentre intorno tutto è cambiato: il mercato, i lettori, il mondo.

«Non c’è un acquirente di quotidiano al di sotto dei 45 anni» dicono i giornalai in coro, dalla Alpi al Lilibeo. La concorrenza del web è micidiale, ma per le edicole deserte ci sono cento concause: la concorrenza della Grande Distribuzione, la concorrenza dei bar, che comprano un giornale dato in pasto gratis alla clientela, sottraendo centinaia di acquirenti. Furbi anche, i mancati acquirenti: sempre più diffusa l’abitudine di fotografare pagine e articoli con lo smartphone e leggerseli con calma a casa, o diffonderli via Whatsapp agli amici o su Facebook. A scrocco. Così si colpiscono gli editori, ovvio; ma di converso i giornalisti, sempre meno e meno pagati, e gli edicolanti, l’ultimo anello della catena.

Vivere di giornali è quasi impossibile, oggi: per ogni copia venduta all’edicolante va il 18%, se un quotidiano costa 1,30 euro vuol dire 24 centesimi. Per le riviste la percentuale può arrivare al 25%. Ma un’edicola, soprattutto quelle sparse nei paesi e paesini, non fa grandi numeri, spesso non arriva alle cento copie di quotidiani venduti. E allora ci si industria, e si cerca di vendere di tutto e di più: biglietti di autobus, della lotteria, il lotto, i giocattoli, la cartoleria, perfino caramelle, dolci e cibo preconfezionato. Un chiosco sul lago di Garda, oltre ai giornali tedeschi, offre anche articoli da campeggio. Il quotidiano non è più il core business, gli analisti si sfidano per indovinare l’anno della scomparsa della carta stampata, ma il vocabolo «giornalaio» comincia ad essere desueto già adesso.

La categoria ha due sindacati di riferimento. Il Fenagi è legato a Confesercenti, il Sinagi è della Cgil. Concordano sui temi di fondo, ma non sulle strategie di lotta. Sinagi ha appena proclamato uno sciopero cui Fenagi non ha aderito. Sinagi chiede agli editori di aumentare di 10 centesimi il prezzo dei quotidiani, per darne sette agli edicolanti e tre ai distributori, ma Fenagi non è d’accordo. Intanto da una settimana in tutt’Italia moltissime rivendite espongono le locandine dei giornali alla rovescia, per protesta: «non è disattenzione, non è sonno, non è pazzia» e spiegano agli sparuti clienti.

Si intrecciano storie di vite minime ma saporose, di uomini che dicono «ho scelto questo mestiere», «non lo cambierei per nulla al mondo», ma devono fare i conti con la realtà: con quel che prendono non arrivano a pagare affitto e bollette, qualche volta ci si mette anche il comune aumentando la tassa sull’occupazione di suolo pubblico, tanto per dare una mano. Il tempo corre e spariscono i mestieri, dai lavoratori tessili del Leicestershire a fine ‘700 ai nostri artigiani di poc’anzi. Ma se sparisce il giornalaio sparisce un pezzetto di società ancora condito dall’umanità. E non si parla del compra e fuggi delle stazioni, ma delle edicole di quartiere e di paese, dove l’acquisto era ed è occasione di scambio di idee, ciacole, pettegolezzi, ma anche informazioni circolari, minute, utili. Ci sono edicolanti, donne e uomini, che spargono affezione e sono punti di riferimento.

Il fotografo vicentino Beppe Calgaro ha studio a Milano, e l’anziana Mariella ha chiosco in corso san Gottardo, lei e il suo cane sono al centro di attenzioni: tutti offrono caffè, tisane, dolcetti… Coppie giovani abbandonano e cambiano lavoro, altrimenti non si programmano figli. Coppie con figli ci provano e con l’entusiasmo riaggregano clientele disperse. Cento storie, ma purtroppo tante sono uguali chiusura, chiusura, chiusura. E molto spesso chiude l’unico punto vendita di giornali della comunità. E non si può dire, allargando le braccia, «è il mercato». Piuttosto, è il deserto.

A Treviso a pochi giorni l’una dall’altra hanno chiuso i chioschi delle Stiore e di San Paolo, serrande abbassate a Castelfranco, Preganziol, Mogliano, Padova, Verona, ovunque. La stazione ferroviaria di Santa Lucia a Venezia è senza edicola dal gennaio 2018: Grandi Stazioni ha quintuplicato l’affitto da 3 mila a 15 mila euro, impossibile continuare. Calano le edicole venete, con un’accelerazione nell’ultimo anno. Tra il 2015 e il 31 dicembre 2018 ne sono sparite ben 226, secondo una rilevazione del Fenagi. Praticamente il 10% di quelle esistenti, con punte negative di Padova (-45), Verona (-40), Treviso (-39). Ci restano poco più di 2000 edicole, fin quando resisteranno? Perché resistere è l’unico verbo possibile. La redditività (quanto guadagna un’edicola?) di un punto vendita ben piazzato in un centro mediamente abitato (50 mila abitanti) è passata dai 37 mila euro annui del 2003 agli 8000 euro del 2016.

Tutto questo per un lavoro che comincia alle 6 di mattina e dura 12/13 ore, con sei giorni di chiusura l’anno, e apertura sei giorni e mezzo su sette: eh, la domenica pomeriggio si chiude. Non è infrequente notare che parecchie edicole, quelle che vendono solo giornali, il pomeriggio chiudono, per mancanza di clienti. Che fare? Micro segnali positivi arrivano: bloccata dal governo la direttiva Bolkenstein sugli spazi pubblici che era un’ulteriore ghigliottina; stanziati 30 milioni in due anni (13+17) per un credito di imposta fino a 2000 euro, ma solo in compensazione; c’è un accordo con l’Anci per trasformare i punti vendita anche in luoghi di rilascio documenti comunali. Consoliamoci con Lavoisier («nulla si crea, nulla muore, tutto si trasforma»), ma intanto ”carta canta” una canzone triste che assomiglia al fado.

(ph: Shutterstock – Cineberg)