Un vicentino e un bresciano alla conquista del Nepal… in bici (Parte 5)

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Stanotte dormiremo in questo prato. E’ pomeriggio avanzato e arrivano rovesci nevosi con aria gelida dalle montagne. Incappucciati e silenziosi ci soffermiamo a guardare un’enorme mandria di yak in lontananza, ancora più in alto di noi. Ricordo di aver provato a contarli ma a malapena li distinguevo dalle rocce. Saranno una cinquantina e forse il mandriano dovrebbe richiamarli ora, sempre che ci sia qualche essere umano a governarli. Come saranno finiti lassù, su pendii erbosi dimenticati, che nessuno vorrebbe visitare? Passiamo diversi minuti a guardarli, tutti e tre incantati. Ci accendiamo un fuoco con degli arbusti di ginepro rinsecchito, che bruciano in una vampata di fiamme in pochi secondi. Mentre cala il buio ci cuciniamo la nostra razione di cibo surrogato che ci siamo portati, dall’ottimo rapporto peso/calorie ma dal pessimo gusto. Io riesco a farmelo piacere, Michele proprio no. Con un quadretto di cioccolato non è neanche male e in poche cucchiaiate finisco questo finto porridge. Fa freddissimo e voglio infilarmi nel sacco a pelo. Cala la notte, c’è un silenzio surreale e una stellata che ti riempie gli occhi. Sarà una lunga e fredda notte.

La mattina tutto è gelato e stanotte abbiamo avuto un po’ di freddo anche nei nostri sacchi, quindi credo che la temperatura sia stata a due cifre sottozero. Il fiume, la sacca idrica, il porridge di Michele avanzato. È tutto di ghiaccio. Esco dalla tenda a fare una foto ma è veramente freddo e mi sposto dove picchia il sole: sole che fatica a scaldare ma che ci regala giornate terse.

Oggi la stanchezza si fa sentire. Ho male ai tendini dei talloni e alla spalla dove appoggio la bici oltre che il naso e le labbra a brandelli. Per fortuna ci aspetta una tappa tranquilla, visto che il passo è molto vicino e dopo ci aspettano chilometri e chilometri di discesa. Il sentiero prosegue come l’avevamo lasciato: un flow largo una spanna perfettamente disegnato in un enorme altopiano erboso e polveroso.

Tutto pedalabile fino al passo. Nonostante la stanchezza del giorno precedente siamo contentissimi, ci scambiamo sorrisi e abbracci. Anche Sandro è soddisfatto e inizia a capire cosa si può fare con le nostre bici. Se a inizio giro era dubbioso, ora ci incoraggia alla discesa facendoci capire a gesti che ci saremmo divertiti. E che dire: infinita! Una bava di terra negli arbusti dove si possono scegliere diverse linee, drop, curve e perfino delle sponde naturali. Non crediamo ai nostri occhi e ci lasciamo ancora una volta andare a tutta velocità. Upper Dolpo, che trail! Mentre scendo a folle velocità su un crinale disegnato apposta per le bici, intravedo qualcosa in lontananza, in movimento. Non posso crederci, due ragazzi in moto che percorrono questi sentieri. Ma come è possibile? Siamo in uno dei luoghi più remoti della Terra, a una settimana di cammino da qualunque altro villaggio, sentieri sconnessi e diversi passi sopra i 5000 metri. Li supero urlando e credo siano stupiti almeno quanto noi di vederci. Urlano anche loro. Hanno delle casse rudimentali attaccate ai fianchi delle moto con della musica tibetana.

Dopo avere aiutato uno dei ragazzi a superare un piccolo guado, raggiungiamo la nostra meta di oggi, lo splendido villaggio di Chaarka Bhot. Siamo vicinissimi al confine tibetano e siamo pure in anticipo di almeno due giorni sulla tabella di marcia. Decidiamo di fermarci due giorni qui, per recuperare un po’ le forze e per riordinare le nostre cose. È un villaggio arroccato su una rupe e c’è movimento. Scopriremo più avanti che le moto provengono da un passo con la Cina, che vengono smontate e portate con i muli. Incredibile perchè da qui non possono andare da nessuna parte con quelle motorette cromate, se non fare dei brevi tratti di sentiero.

Mangiamo Chapatee con della marmellata di ananas scaduta nel 2016: ricordo di aver mostrato il tappo con la data a Michele mentre stavamo masticando e nessuno di noi aveva proferito parola, solo un sorriso. La cosa curiosa è che una volta aperto quel barattolo, una specie di cimelio, tutti gli occupanti della piccola lodge, mamme, nonni, nipoti, passavano con il cucchiaio a favorire di quella marmellata, come se il nostro passaggio avesse fatto scattare il momento marmellata, che altrimenti nessun avrebbe osato aprire. Ne passano pochi di turisti qui, benchè sia un percorso segnato su qualche mappa. È una settimana che non incontriamo uno straniero. Il pomeriggio facciamo una passeggiata verso il Gompa, dove un monaco ci accoglie, vestito con un piumino The North Face in perfetto arancione tonaca. Ci mostra il piccolo tempio, ci parla dei nomadi che accampano li nelle vicinanze e ci parla del Tibet.

In realtà ci ha accompagnato al tempio una ragazza di Kathmandu, che parla inglese meglio di noi e abbiamo conosciuto nel villaggio. Gestisce la clinica, fa la farmacista e rimane qui a Chaarka tutte le estati. Tiene molto a questa comunità e si vede dall’ordine e pulizia della clinica rispetto al resto del villaggio. Sandro ci ha raggiunto dopo un paio d’ore. Per lui è stata lunga anche questa tappa. La serata trascorre tranquilla al caldo di una stufa seduti su delle stuoie tra preghiere e musiche buddiste. Il rituale è sempre lo stesso: le donne lavorano il minimo indispensabile, gli uomini pregano o riposano. Non troppa ospitalità per un popolo di montanari schivi e chiusi nelle loro abitudini, ma che hanno le fatiche di una vita disegnate negli occhi.

Soltanto piccoli richiami (in genere inutili oggetti) della vicina Cina ci ricordano che siamo nel XXI secolo, altrimenti potremmo essere tranquillamente molti secoli indietro. Ricordo la signora addetta alla stufa: seduta in contorsioni a me impossibili, mi osserva con sguardo severo e mentre impasta la farina per i chapatee del giorno dopo afferra della cacca di capra e la mette nella stufa, per poi tornare a impastare con la stessa mano. Tutti anticorpi. La cena è sempre a base di Dhal bat. Non ne possiamo più di riso e di patate, ma abbiamo sempre fame e ci tocca. Iniziamo ad essere inappetenti. Programmiamo di salire verso il confine Tibetano l’indomani. Sapevo già che era impossibile riposare.

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