Violenza donne, incontro di Ladies’ Circle Vicenza con giornalista Carollo

Appuntamento lunedì 25 marzo alle ore 19:30 presso l’Hotel De La Ville di Vicenza per l’incontro con la giornalista Mediaset Francesca Carollo nell’ambito del ciclo “Vicentini nel mondo” che, dopo Marco Pelle, ballerino e coreografo del New York Theatre Ballet, vede il Ladies’ Circle Vicenza impegnato in un importante incontro sui diritti delle donne. Parteciperanno al dibattito gli avvocati Valeria Porelli, assessora alle risorse umane con delega alle pari opportunità del Comune di Vicenza, e Paolo Mele, noto penalista vicentino.

Francesca Carollo è inviata e volto storico di Quarto Grado, la rubrica di approfondimento giornalistico su alcuni dei gialli irrisolti della cronaca più recente. Dall’esperienza, forte e immersiva, come giornalista d’inchiesta è nato il libro “Le amiche che non ho più. Lucia, Federica, Roberta”, su tre noti casi di femminicidio nel nostro paese, quelli di Roberta Ragusa, Lucia Manca e Federica Giacomini. Laurea in Giurisprudenza con specializzazione in Diritto Europeo, Francesca ha lavorato un anno al Parlamento Europeo prima di dedicarsi al giornalismo. Il suo libro è una testimonianza accorata, il racconto di un’amicizia nata non sulla base della conoscenza personale, ma dello spirito di sorellanza e della solidarietà tra donne. Una narrazione di cronaca che diventa esortazione alle donne perché siano più attente, si aiutino a farsi proteggere e non sottovalutino mai certi segnali d’allarme. Ma anche uno monito alle istituzioni e al paese, per capire di chi è la responsabilità della mancata tutela.

Il dibattito vuole partire da “Le amiche che non ho più” per discutere e affrontare, insieme agli avvocati Valeria Porelli e Paolo Mele, una serie di temi che riempiono le pagine di cronaca e infiammano il dibattito sociale, ma sembrano non trovare spazio nell’agenda politica del governo, se non per iniziative contro i diritti delle donne, delle madri e dei minori come il DDL 735 proposto dal senatore Simone Pillon in commissione giustizia. Perché, e purtroppo la cronaca lo prova, quanto dichiara il governo in materia di prevenzione e contrasto della violenza differisce sostanzialmente da quanto invece denunciano le organizzazioni della società civile.

L’Italia ha ratificato nel 2013 la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla violenza di genere e la violenza domestica, ma stando al Rapporto Ombra delle associazioni di donne sull’applicazione della Convenzione in Italia, redatto in occasione della visita del Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne del Consiglio d’Europa (GREVIO), il quadro rimane molto preoccupante: un femminicidio ogni 3 giorni. Secondo l’ISTAT, una donna su 3 nel corso della vita ha subito una qualche forma di violenza: fisica, psicologica, economica, sessuale, stalking, molestie. I soli dati dei centri antiviolenza della rete D.i.Re (Donne in rete contro la violenza) parlano di oltre 20.000 donne che ogni anno cercano sostegno per uscire dalla violenza e ricostruirsi una vita. E sono proprio i centri antiviolenza a denunciare le continue e crescenti difficoltà, la mancanza di fondi, l’incremento della rivittimizzazione secondaria nei tribunali, dove la violenza subita torna a essere colpa della donna che l’ha denunciata.

È importante quindi partire dalla cronaca, dai dati e dalla statistica, contro questo rigurgito culturale, sessista e negazionista che ci troviamo ad affrontare oggi. Fabio Roia, giudice del Tribunale di Milano che si occupa del fenomeno della violenza contro le donne in ambito giudiziario dagli anni 90, ha recentemente dichiarato all’agenzia di stampa Dire: «ogni anno monitoriamo il fenomeno sul piano giudiziario. Posso confermare che nel 2018 le vittime di questi reati sono nel 90% dei casi di genere femminile. Mi riferisco alla violenza sessuale intrafamiliare, al maltrattamento, reato tipico della violenza domestica, e agli atti persecutori, il cui numero relativamente al genere femminile è aumentato, passando dal 70% al 77%. Li definiamo reati di genere in parte perché sono motivati da un problema culturale, che l’uomo ha sviluppato, di predominio e di dominio della donna intesa come “res”. Ma anche perché la statistica ci parla del fenomeno, in quanto nessun tipo di reato ha come persone offese, come vittime accertate, il 90% di genere femminile».

Lo spettro che si aggira per l’Italia è una concezione della natura e dei diritti della donna che ha attraversato quasi indenne cinquant’anni di lotte femministe e di conquista dei diritti e che si basa su un antico presupposto: l’esistenza di un secondo sesso, di una soggettività secondaria, eternamente sottomessa, eternamente afona. Simone de Beauvoir ci aveva avvisate: «non dimenticate mai che basterà una crisi politica, economica o religiosa affinché i diritti delle donne siano messi in discussione. Questi diritti non sono mai acquisiti. Dovrete stare attente alla vostra vita».