L’attentatore in Nuova Zelanda, uno sradicato influencer del terrore

Il gesto di Tarrant non ha legami con la realtà, é un delirio da overdose da web. A parte l’ideologia generica di richiamo, non c’entra nulla con il caso Traini

Si è già scritto molto su Brenton Tarrant, su come ha organizzato l’attentato alla moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, della sua ideologia etno-nazionalista. I fatti sono quindi sufficientemente noti per passare ad un’analisi che sondi i retroscena, cioè su come un ragazzotto australiano di 28 anni, senza particolari problemi economici, si sia trasformato in un terrorista identitario.

La sua biografia, ricavabile da un documento di 74 pagine autopubblicato prima dell’attentato, fornisce spunti preziosi: figlio della working class, senza problemi psicologici e con un’infanzia-adolescenza normale, guadagna speculando sui bitcoin, mettendo insieme abbastanza soldi da concedersi di viaggiare per il mondo. Trovatosi in Europa durante gli attentati del 2017, rimane sconvolto dalla generale indifferenza verso questi ultimi e dalla quantità di immigrati presenti in Francia, indifferenza che secondo il ragazzo in questione ha come risultato l’elezione a presidente di Macron.

Qui c’è già parecchio d’interessante: l’elemento più macroscopico è che Tarrant prima dei 26 anni non si è mai interessato di politica, né ha mai avuto contatti con idee vagamente ascrivibili alla destra parlamentare o extraparlamentare. Nemmeno dopo il “risveglio” ha mai frequentato fisicamente o aderito a gruppi di quell’area; lui è e rimane uno sradicato esattamente come coloro che contesta. Quindi, come viene a contatto con l’estremismo? Esattamente allo stesso modo con cui i giovani europei di terza generazione di origine magrebina vengono a contatto con il terrorismo islamico: tramite forum, meme, canzoni ascoltate su Youtube, video seguiti su Telegram. Tarrant ha la stessa identica forma mentale e psicologica degli “invasori” immigrati che vuole eliminare.

L’altro elemento stranamente passato sotto silenzio è un paradosso ancora più macroscopico: l’etno-nazionalista australiano compie il suo attentato in Nuova Zelanda, cioè in una comunità che non conosce e con cui non ha alcuna connessione sentimentale perché non è la sua. Il motivo per cui compie questa scelta ce lo dice lui stesso: a causa della scarsità di controlli è più semplice e ha più eco mediatico compiere una strage lì che non nella sua terra natale. Ragiona come un imprenditore postmoderno del terrore, lo produce dove il costo è minore e il profitto massimizzato. Nel contempo programma e agisce come un influencer del terrore: sceglie le armi da fuoco perché sono più mediatiche, riprende in videodiretta la strage perché ottenga il numero più ampio possibile di visualizzazioni, sceglie di riprenderla con la visuale in prima persona come fosse un videogiocatore che fa una diretta su Youtube o Twitch per mostrare ai suoi followers quanto è bravo con gli sparatutto. La sua “presa di coscienza” inizia con il guardare i notiziari sugli attentati islamici in Europa, prosegue con l’ideologizzazione tramite il web, finisce con una strage eseguita perché abbia il massimo eco possibile sui media.

Il cerchio è perfetto, la realtà è scomparsa, o meglio, è un puro frammento, una scheggia dimenticata ai margini del mondo mostrato dai media. Infatti, nel documento postato da Tarrant la realtà, la vita vissuta, fa capolino raramente, e sembra essere dissonante rispetto alle sue idee: fra i vari lavori svolti ha lavorato anche al banco di un kebab, non ha motivi di rancore personale contro i musulmani perché non ne conosce, nella sua realtà gli immigrati sono quelli che guarda passeggiare con i loro figli per le strade e nei centri commerciali mentre lui attraversa l’Europa in auto o sui mezzi pubblici. La “sostituzione etnica” da cui si sente minacciato è un’idea che non si basa su esperienze vissute, ma su uno sguardo gettato distrattamente sulle strade e sulle immagini, paure, fobie introiettate navigando in rete.

Veniamo dunque all’ultimo punto, quello più interessante per il nostro provincialissimo modo di guardare a ciò che accade fuori dai patri confini: sul suo fucile semiautomatico il ragazzo australiano scrive il nome del terrorista nostrano Luca Traini. Lo cita come un modello fra molti altri, ma il giornalismo tricolore si è concentrato prevalentemente su questo richiamo, ergo vediamo le differenze fra il terrorista di Macerata e Tarrant. Traini ha avuto contatti con la destra parlamentare (era militante della Lega) ed extraparlamentare (Forza Nuova e Casapound) locale, era profondamente legato alla sua città di nascita, dove compie la tentata strage sostenendo di essere stato scosso dall’omicidio ad opera di immigrati di Pamela Mastropietro.

La radicalizzazione di Traini è di lunghissimo corso e passa dalle sedi locali dei partiti di estrema destra, da cui mutua l’ideologia e l’estetica (il tatuaggio sulla testa richiamante Terza Posizione), è un disadattato psichico e sociale, già conosciuto dai servizi per i suoi comportamenti borderline. La tentata strage compiuta non è programmata né è fatta per essere ripresa dai e sui social, è un far west scatenato nella sua città natale durante un raptus di follia, conclusasi in maniera tragicomica con lui avvolto nella bandiera tricolore, mentre fa il saluto romano, steso sotto la statua del milite ignoto.

Come chiunque può notare, per protagonisti, programmazione, esecuzione, i due atti terroristici sono completamente diversi, ad unirli è solo la matrice ideologica di estrema destra. Ma se nel caso di Traini il terrorismo è lo sbocco delirante di un percorso esistenziale legato a delle persone, a delle idee, ad una comunità cittadina, nel caso di Tarrant non c’è più alcun legame con niente e nessuno. Tarrant è puro delirio da overdose da web, un influencer che, invece di promuovere una marca di vestiti con una stories in palestra, promuove il suprematismo bianco sopra un mucchio di cadaveri in una moschea.

(ph: Shutterstock – Smile Photo)