Un vicentino e un bresciano alla conquista del Nepal… in bici (Parte 6)

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Un ragazzo passato per il villaggio a riscuotere una tassa di passaggio ci dice che in una valle poco distante c’è un antico cammino verso il Tibet. La mattina è soleggiata e iniziamo la nostra pedalata verso il fiume, da dove parte questa storica via. Ben presto il sentiero si perde tra arbusti e guadi molto alti, senza accenni di miglioramento lungo questa valle desolata. Decidiamo di puntare la cima più vicina. Sembra molto alta ma dall’altro versante intravediamo un crinale che potrebbe portarci al confine. La salita è quasi completamente a piedi, e senza sentiero seguiamo il crinale aggirando brevi tratti di rocce verticali. Dopo 3 ore siamo in cima e si è alzato un vento fortissimo, tanto che dobbiamo urlare per parlarci. Ci spostiamo verso nord su un crinale strettissimo ma che incredibilmente si lascia pedalare. Un paesaggio brullo e quasi completamente grigio con pochi ciuffi d’erba.

Vediamo il Tibet: non cambia molto dall’Upper Dolpo come aspetto: un altopiano sconfinato a perdita d’occhio, sopra i 5000 metri. Non ci resta che scegliere un crinale di discesa che possa sembrare divertente, ma non pensavamo di riuscire a fare una discesa del genere completamente freeride, 1000 metri di discesa in unica soluzione. Tratti ripidi e rettilinei flow invitano a mollare completamente i freni: c’è solo da prestare attenzione ai salti, dato che il vento ti spazza via quando sei in volo. Freeride totale! Ritorniamo a Chaarka Bhot in un attimo e sfruttiamo il pomeriggio per revisionare le biciclette, per quanto possibile. Un vento freddo e fortissimo spazza la nostra tenda e ci rifugiamo a bere un thé caldo. Sandro è sparito, lo rivedremo soltanto verso sera, per la solita cena a cui stavolta si aggiungono delle erbe che… sembra proprio erba questa, quella di casa mia. Non che abbia mai assaggiato il prato, ma avrà sicuramente questo sapore terribile.

L’indomani ci rimettiamo in marcia prestissimo, lungo sentieri straordinari: centinaia di pietre accumulate con incise delle preghiere secolari sono ammucchiate in modo ordinato sulla riva. Che lavoro e che dedizione dietro queste incisioni! Sono veramente stupito, sono a migliaia e immagino siano messe per pregare che il fiume non esondi. Forse sarebbe stato meglio usare parte delle pietre e delle energie per costruire un argine artificiale a protezione del villaggio, ma risulterebbe come un semplice argine, privo del fascino spirituale e a volte contradditorio, tipicamente nepalese. La nostra salita procede per nostra sorpresa tutta in sella, in una vallata che si perde fin verso il confine con l’Upper Mustang. Ogni tanto perdiamo il dislivello duramente guadagnato per scendere al fiume: ogni pedalata costa tanta fatica ma procediamo con un’ottima andatura, se confrontata con i primi giorni. Da adesso per più di due giorni non avremo alcun rifornimento e dobbiamo dosare le provviste.

Quasi 6000

La vallata si stringe, il sentiero diventa impervio ed esposto su sfasciumi ripidissimi. Obbligatorio restare concentrati, e la fatica non aiuta. A tratti il sentiero sparisce, non capiamo se abbiamo sbagliato, ed è veramente complicato procedere. Facciamo capire a Sandro che forse era meglio superare la vallata dall’altro versante, dove si intravede un sentiero lontano e una carovana di cavalli o muli. Testardo ci invita a proseguire e bastano pochi minuti per capire che il nostro istinto ci avrebbe portato dall’altra parte, probabilmente verso la scelta corretta. Ma ora bisogna concentrarsi perchè dobbiamo superare salti di roccia e passarci le bici per evitare dei tratti molto pericolosi. Un piede messo nel punto sbagliato sarebbe… anzi facciamo che metto il piede nel punto giusto, ma sento che la mancanza di lucidità dovuta alla quota e allo sforzo mi richiede una concentrazione incredibile per tenere il passo fermo e sicuro con la bici in spalla.

Tutto questo ci prosciuga e dobbiamo anticipare il pranzo, una volta ritornati in fondovalle. La vallata di fronte a noi si apre, c’è una luce abbagliante e l’erba bruciata passa dal verde al rosso. Mangiamo le patate lesse che ci siamo portati in un sacchetto nello zaino e dividiamo una Clif Bar al burro di arachidi che mi sembra la cosa più buona del mondo. Siamo quasi a 5000 metri e il sentiero è stupendo. Mi avvantaggio un po’ e resto da solo ammirando ogni montagna intorno a noi: sarebbero tutte fattibili in bici, tutti panettoni dove fare del freeride selvaggio. Che posto straordinario e isolato!

Non incontriamo anima viva, nemmeno un animale. Sento solo dei fischi simili alle marmotte e vedo qualche tana, ma nessuna traccia degli animaletti. Devono essere più scaltre per sopravvivere qui, rispetto che sulle Alpi. Me le immagino piccole e velocissime a nascondersi. Dobbiamo passare a volte nel fiume che si allarga e mangia il sentiero, ma è talmente basso e calmo che possiamo pedalarci dentro. Le nostre bici sono perfette per questo giro e non cambierei nulla dell’attrezzatura che mi sono portato. Anche lo zaino, pesantissimo il primo giorno, dopo due settimane mi sembra si sia dimezzato, oppure sono più forte io.

Mi fermo, prendo un po’ di acqua dal fiume e aspetto Michele. Ci sediamo e scambiamo due parole, siamo parecchio provati e pensavamo che la tappa di oggi fosse più breve. Ci serviranno ancora almeno due ore per arrivare al punto di sosta, un incrocio di due sentieri con una baracca di pietra crollata. Poco dopo passa una carovana di cavalli con dei sacchi di cemento e dei paletti di ferro da costruzione per il cemento armato, sicuramente diretti a Chaarka Bhot il giorno seguente. Siamo felici di vedere delle persone e comunichiamo a sorrisi. Finalmente siamo a Nulungsumdo e dopo aver piazzato la tenda faccio una camminata in vista del passo del giorno seguente, che sarà il più alto del nostro viaggio a quasi 5600 metri: non è lontano. Superato un dosso erboso si staglia la sagoma imponente dell’Annapurna, che segnerà un po’ la fine del nostro viaggio ed è enorme rispetto ai monti qui intorno a me. Non appena cala il sole, cala anche un freddo pungente che ci obbliga a finire in fretta la nostra cena ed infilarci nel sacco a pelo. La dieta a base praticamente di soli carboidrati supporta a fatica gli sforzi che dobbiamo compiere in questi giorni e lo percepiamo. Dopo due settimane accendo lo smartphone, in realtà senza un motivo particolare visto che è totalmente inutile qui. Riguardo qualche vecchia foto e penso a casa.

Il sole sulla tenda segna la nostra sveglia, e il rumore delle cerniere segna ormai la quotidianità dei movimenti e delle operazioni di picking della nostra attrezzatura. Il fiume è congelato e la tenda inizia a fumare sotto i raggi del sole. Dopo una magra e frettolosa colazione ci affrettiamo a partire per scaldarci. Quando vedo Michele attardarsi e camminare a testa bassa anche su un sentiero quasi piano e liscio, capisco che è veramente in crisi. Questi sono i limiti dettati dall’alimentazione: siamo sempre con le energie contate e oggi ci aspetta una tappa lunga anche dopo il passo di fronte a noi; c’è poco da fare se non procedere del proprio ritmo.

Credo sia il valico che personalmente soffro di meno, e sicuramente è anche il più bello. Si pedala fino a 5300 metri e lo conquisto con un ritmo lento ma regolare. Sono in apprensione per Michele, mi volto spesso e lo vedo arrivare. Lo conosco bene e non ho alcun dubbio o paura, ed infatti eccolo che dietro ogni curva arriva ricurvo nel cappuccio della sua giacca. Siamo al passo prima di mezzogiorno e c’è un cielo incredibilmente blu, con vallate immense in ogni direzione e i crinali erosi del Mustang all’orizzonte. Si sta bene qui e ce la prendiamo comoda sotto le bandierine colorate svolazzanti. Sandro ha già iniziato la discesa, anche per lui sono tappe impegnative ed è molto stanco, con percorrenze talvolta di oltre 40 chilometri e 7-8 ore di cammino.

Da adesso scendiamo di quota e abbiamo davanti 2000 metri di discesa. È difficile e faticoso anche procedere in discesa, ma è tutto così spettacolare, dal sentiero al contorno, che proseguiamo col sorriso. Oggi ci sono passaggi tecnici, tratti molto esposti e tornanti ripidi che ci fanno scendere di quota. Stiamo uscendo dal Dolpo, e anche l’aspetto delle montagne cambia, ora più severe e scure. A quote più basse ritorna il caldo e la fatica si fa sentire ancora di più. I sentieri rimangono sinuosi e godibili anche in mountain bike ma i continui saliscendi al fiume ci demoralizzano un po’. E ci si mette anche la mia gomma davanti che non vuole saperne di tenere la pressione. Arriveremo al villaggio di Sangda all’imbrunire, dove apprezziamo il comfort di una casetta ordinata. Giochiamo a palla con dei bambini intanto che aspettiamo la cena: è buonissimo anche il Dal Bhat, stasera va bene davvero qualunque cosa.

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