«Utero in affitto? Dovrebbe essere reato in tutto il mondo»

La saggista e giornalista Perucchietti, relatrice al Congresso delle Famiglie a Verona: «la natura biologica viene sempre più negata». E le donne «sono ancora discriminate, vanno conciliate famiglia e lavoro»

Enrica Perucchietti sarà una delle relatrici del contestato Congresso Mondiale delle Famiglie che si terrà a fine mese a Verona. Giornalista, scrittrice ed editor con base a Torino, é autrice di numerosi saggi, fra cui i più significativi, per i temi che si discuteranno nel convegno benedetto dalla Lega (ma non più patrocinato dall’intero governo, dopo la polemica presa di distanza del Movimento 5 Stelle), “Unisex. Cancellare l’identità sessuale: la nuova arma della manipolazione globale”, Arianna Editrice, e “Utero in affitto. La fabbricazione di bambini, la nuova forma di schiavismo”, Revoluzione Edizioni.

Quale sarà il tema del suo intervento?
Venerdì 29 marzo parlerò della figura e del ruolo della donna oggi, nella nostra società. Il potere, grazie alla propaganda e alla rivoluzioni culturali, o meglio antropologiche, degli ultimi decenni ha ridisegnato l’intera società, in particolare i ruoli maschio/femmina, andando verso una direzione sempre più “fluida” in cui i confini e le differenze tendono a scomparire. Le rivoluzioni antropologiche, anche se nate da rivendicazioni spontanee e legittime, sono state cooptate ed eterodirette, portando alla creazione di un nuovo modello di essere umano, sempre più spersonalizzato e senza radici, incapace di pensiero critico, passivo dinanzi ai mutamenti sociali. Insomma, il perfetto cittadino di quell’ordine nuovo, globale e globalizzato che si vuole costruire. Si è passati così a distruggere il concetto di famiglia tradizionale, a ridurre la natalità: il neomaltusianesimo è uno dei princìpi cardine del mondialismo.

Ma nel quadro di questa tesi molto forte, la donna che ruolo occupa, secondo lei?
In estrema sintesi sopravvivono degli stereotipi che non aiutano l’emancipazione femminile. Se dal femminismo di terza generazione abbiamo ereditato lo stereotipo della donna strega che tende a modellare la propria immagine in modo sempre più aggressivo e violento, snaturando le caratteristiche “naturali” della donna e finendo all’opposto per parodiare l’uomo, con inasprimento di irrazionalità, che comprende violenza e rabbia, negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita di due nuovi stereotipi: 1) la donna inquisitrice o il neofemminismo paranoico, per esempio il caso Weinstein che sfocia nel #Metoo: si liquidano i maschi come “mafiosi” o “fascisti”. La recrudescenza di queste battaglie porta a risultati opposti a quelli sperati. 2) La donna “fluida” che, in nome di una fantomatica emancipazione dal patriarcato, abbraccia come faro del progresso e del politicamente corretto la fluidità sessuale e di genere (dal queer gender al poliamore).

In base ai suoi studi e alle sue conoscenze, oggi la condizione della donna in Italia e nei paesi occidentali può dirsi di parità con l’uomo?
No, non ancora. La discriminazione della donna sul lavoro rappresenta ancora una questione irrisolta: sopravvive una forma di patto sociale per cui gli uomini guadagnano di più anche quando le donne lavorano di più e sono spesso sottoposte ad angherie e molestie. Non è declinando i nomi al femminile o facendo ricorso alla neolingua e non credo nemmeno con le quote rosa (che si fondano sul principio della differenziazione mentre a mio dire servirebbero le “quote per merito”) che si può risolvere questo problema. Va cambiata semmai la forma mentis, in quanto le diversità di genere sono e dovrebbero essere riconosciute come una ricchezza e non livellate verso un impossibile egualitarismo. Dobbiamo avere pari diritti e opportunità pur rimando diversi nelle nostre unicità. La donna non deve chiedere privilegi o “recinti”, ma norme che la aiutino a conciliare il lavoro e la cura della famiglia, senza essere obbligata a scelte drastiche fra carriera e affetti.

Una delle principali contestazioni al convegno è di propagandare una concezione “medievale” della donna, ovvero retriva, anacronistica, sessista. Qual è per lei il confine fra rivalutazione del ruolo materno e della femminilità (posto che bisognerebbe intendersi sul significato di questa parola) e sua degradazione a donna “serva del maschio”?
Non posso parlare per gli altri relatori (non li conosco personalmente tutti) ma credo che si sia attivata l’ennesima caccia alle streghe per screditare un congresso che mette al centro tematiche scomode rispetto al pensiero unico e alla narrativa mainstream, come il tema della famiglia tradizionale. Osservare come la stampa si scateni in modo isterico e violento contro un convegno e contro i suoi relatori dovrebbe far pensare. Si tratta di delinquenza mediatica che fa anche ricorso a fake news e diffamazione. Perché se è legittimo dissentire e manifestare il proprio dissenso, in questo caso chi accusa di fascismo i “tradizionalisti” in realtà sta facendo proprio quello di cui accusa i rivali, ossia seminare odio, usando biechi metodi da squadrista (come dissuadere gli alberghi dall’ospitare i relatori). Il totalitarismo del buoni sentimenti ha i suoi cani da guardia pronti a riportare all’ovile chiunque dissenta od osi manifestare pubblicamente dei dubbi rispetto ai dogma del pensiero unico. Si vuole neutralizzare la coscienza critica e censurare qualunque forma di dissidenza. Per i paladini del politicamente corretto, la libertà altrui finisce laddove inizia il pensiero critico. Si tratta di “razzismo etico”: se non ti allinei al pensiero unico vieni considerato “inferiore”, un cavernicolo, uno sfigato e vieni perseguitato in modo violento perché ti sei macchiato di “psicoreato”. Chi si permette di farlo dovrebbe ritagliarsi una fascetta di tessuto, ricamarci l’iniziale di “E” di eretico, e cucirsela a bella vista sui vestiti. In fondo anche la stregoneria quando venne perseguitata era assimilata all’eresia. Anche essere politicamente scorretti è oggi una forma di eresia.

Ma per quanto riguarda la maternità e femminilità, crede che la donna della nostra società debba in qualche modo recuperarle e promuoverle, o significherebbe tornare indietro ad un passato patriarcale?
Credo che debba recuperare le sue unicità e le caratteristiche che la rendono unica e speciale in quanto donna, la femminilità sopra tutte, altrimenti si finisce per scimmiottare, parodiare il maschio. La maternità, invece, è qualcosa che va sentito e vissuto, senza imposizioni in un senso o nell’altro. Come dicevo prima, dal femminismo di terza generazione permane tuttora lo stereotipo della donna strega che con la sua rabbia e violenza ha portato a una perdita progressiva di femminilità. La crisi del maschio porta a un inasprimento di irrazionalità, che comprende violenza e rabbia. Per quanto riguarda la maternità, credo che la donna sia stata indottrinata al punto da mettere la carriera sopra a tutto, sempre perfetta ed efficiente, coi media e le riviste di settore che inculcano l’idea che la donna in carriera, senza figli, sia più felice e realizzata delle colleghe madri. Ultima tendenza che dilaga tra le più giovani è infatti farsi sterilizzare. La famiglia, i figli, sono visti come un retaggio del passato, del sistema patriarcale. È pur vero che alle donne che lavorano, in Italia, non è consentito fare figli, e ciò spiega il motivo per cui 5,5 milioni di donne italiane fertili (il dato è dell’Istat), tra i 18 e i 49 anni, non diventano madri. Non possono permetterselo né da un punto di vista economico né di gestione del tempo e del nucleo familiare, per cui si rinvia sempre di più la nascita del primo figlio. Per questo il nostro indice di natalità è il più basso d’Europa.

La questione di fondo di tutte le diatribe etiche sui diritti e sulle differenze di genere sta in una parola, “natura”. Può avere ancora un senso filosofico, morale e dunque politico, questo termine, nella civiltà post-moderna in cui il cambio di sesso e l’identità transgender sono riconosciuti come diritti?
Il mio prossimo libro, in uscita il 2 aprile, “Cyberuomo” (Arianna Editrice), tratta proprio di questa tematica spingendo oltre la domanda e approfondendo i retroscena e le derive del post-umano. Chi vi aderisce condivide una visione meccanicistica dell’esistenza umana per cui l’uomo si ritiene obbligato a continuare la propria evoluzione come se fosse una macchina o un dispositivo da aggiornare. La filosofia di fondo è la liberazione dell’uomo dalla biologia: ciò spinge inevitabilmente a chiedersi che cosa significhi essere “umani”, che cosa sia Natura e cosa invece cultura. Il post-umanesimo abbraccia una prospettiva volta a ridefinire l’umano in senso plastico, dinamico, relazionale, persino ibridativo. In questa visione, l’umano perde la totale preminenza ontologica, epistemologica, etica sul non umano e viene interpretato come un prodotto storico mutevole e liquido, plastico. Viene pertanto posta in discussione la sua identità: l’essere umano è di fatto un costrutto storico che può essere modificato, come già i gender studies insegnano.

Alcune posizioni attribuite ad alcuni relatori sono fake news, altre però rivelano legittimi ma radicali assunti propri specialmente di cristiani americani, cattolici europei e ortodossi russi, su temi come i diritti familiari degli omosessuali. Tu ti definisci laica? E ci possono essere punti di convergenza con chi ha una sensibilità religiosa, e su quali temi?
Non amo gli estremismi e ho sempre distinto ciò che rappresenta la mia spiritualità o le mie credenze dal mio lavoro. I punti in comune con coloro che portano avanti certe tematiche su base religiosa si possono trovare ad esempio nel contrasto alle teorie gender e alla maternità surrogata; quest’ultima, a mio avviso, andrebbe resa un reato universale in quanto rappresenta una forma di schiavismo moderno in cui il corpo della donna è equiparato a un forno e il bambino a merce: si tratta infatti di mera compravendita di bambini.