L’eterno ritorno di Bukowski: possibile non esistano nuovi miti?

L’ultima sua opera pubblicata, “Taccuino di un allegro ubriacone”, fa pietà in confronto a quelle più note. Tranne per le recensioni

Può succedere che Bukowski arrivi a starti sui coglioni? Da ragazzino non ci avrei mai creduto, ma la cosa è diventata quantomeno probabile. Se entro in libreria è un trionfo dei suoi testi, oggi come vent’anni fa. Possibile che in tutto questo tempo non si sia riusciti a trovare un nuovo mito con cui sostituirlo?! Ok, ci sarebbe Houellebecq, ma poi fine dei giochi. Anche i lettori, a un certo punto, non hanno voglia di altro? La situazione sembra, se si vuole, molto simile a quella musicale, dove stiamo ancora qui, dopo decenni, a parlare dei Nirvana morti e sepolti e dei Guns ’n’ Roses oramai prossimi alla pensione. È francamente deprimente, sembra di vivere la vita di quelle vecchiette che, quotidianamente, si recano presso la tomba del marito.

E, comunque, ci sono cascato anch’io e ho preso in mano l’ennesimo testo di Charles Bukowski, edito da Guanda, “Taccuino di un allegro ubriacone”. Come si potrà facilmente immaginare, si tratta della consueta operazione studiata a tavolino per cercare di tenere vivo il mito del defunto scrittore americano. Non sarebbe neanche del tutto un male, se non fosse che Bukowski finisce per oscurare tutti i nuovi talenti e soprattutto che gli editori, per continuare a cavar soldi dal suo cadavere oramai putrefatto, stanno impunemente grattando il fondo del barile. Oramai basta anche una lista della spesa, purché sia scritta di suo pugno, per mettere insieme una pubblicazione. Quest’ultima appena uscita, in particolare, è per buona parte illeggibile.

Il testo è costituito per metà da racconti per la maggior parte inediti in Italia e qualche recensione, introduzione, e intervista vergate dal Maestro. Le short story sono quelle che evidentemente lui stesso non aveva avuto cura di raccogliere in volume, perché di scarsa qualità rispetto a quelle già ampiamente note. Nulla di strano. Bukowski scriveva per vivere e lo faceva a ritmo incessante, da un certo momento in poi. Doveva fare cassa, pagare l’affitto, il mantenimento per una figlia, finanziare le sue epiche bevute. Non aveva granché tempo né modo per selezionare. Spesso, peraltro, era sbronzo marcio. Probabilmente, buttava giù, metteva in busta e infilava nella prima cassetta delle poste, nella speranza che qualche redattore accettasse un suo racconto e gli mandasse un piccolo assegno. Naturalmente, nel mare magnum della sua produzione, era chiaro che non ogni ciambella sarebbe uscita col buco. Bisogna anche tenere a mente che Bukowski, essendo uno che ha basato la sua scrittura sull’autofiction, ha riproposto per un’esistenza intera gli stessi episodi in tutte le salse.

Batti oggi e batti domani sulla macchina da scrivere, alla fine ha trovato la forma migliore per ognuno. Ecco, i racconti contenuti in “Taccuino di un allegro ubriacone” sono la peggiore delle versioni di molti di quegli episodi che l’hanno reso unico al mondo. Sì, certo, qui e lì si nota la zampata del genio, si vede insomma che l’uomo ha una marcia in più anche quando non la palesa al meglio. Ma pure i geni lasciano a desiderare a volte, soprattutto se scrivono con locatori e creditori vari attaccati al culo. No, decisamente, questi testi potranno interessare solo a chi volesse studiare per filo e per segno la carriera dell’autore, seguendone le varie fasi tra alti e bassi. Ma per chi voglia leggere Bukowski, quello con tutte le lettere maiuscole, l’innovatore della prosa, l’iconoclasta, il bastardo della letteratura americana, le sue raccolte di racconti classici saranno ben più che sufficienti se unite ai romanzi. Il resto è giusto per chi deve scrivere una tesi di laurea sull’autore di “Post Office”.

Più interessanti sono tutte le parti saggistiche – attenzione, saggistiche e non narrative. Le prefazioni che scrisse per i pochi poeti che lui considerava validi – peccato che proprio quelli, invece, non siano mai stati tradotti –, o certi saggi apparsi a suo tempo in diverse riviste minori, hanno davvero tanti momenti brillanti («le poesie di solito sono cose scivolose, volatili come bucce di cipolla, che esprimono cose in modo piuttosto raffinato e poetico e poi scivolano via per essere dimenticate. Posso prendere un numero qualsiasi di Poetry (Chicago) e le pagine sono oliate e lisce. L’intento è quello di non disturbare e di avere a che fare il meno possibile con la vita reale. […] Quando passo una mano su una pagina di poesia, non voglio olio o buccia di cipolla. Non voglio cazzate scaltre; voglio vedere sangue sulla mano»).

Vale la pena di dare un’occhiata anche solo per la parte conclusiva del volume, giusto per vedere come l’autore riesce a essere così pazzesco e al contempo profondissimo nel portare avanti la recensione di un volume di poesia, mescolando, come suo solito, birra, versi e merda. Su questo niente da eccepire, è incommensurabile. Per il resto rimane la tristezza, il pensiero che non è proprio possibile che là fuori non esista un nuovo Bukowski, qualche folle pieno di alcol e un superiore senso del ritmo. Se costui mi sta leggendo, che mi contatti. Se il suo libro mi dovesse piacere, sono disposto anche a offrirgli da bere.