Sblocca-cantieri, é cambiato tutto per non cambiare nulla

Annunciati 122 miliardi di investimenti per aumentare il Pil. Ma per «spendere meglio» nell’interesse collettivo serve altro. Ecco cosa

Il decreto “Sblocca-cantieri” varata dal governo gialloverde ha l’obiettivo dichiarato di accelerare gli investimenti. A me pare invece che prescinda bellamente delle vere cause del blocco.

Innanzitutto, sembra banale ribadirlo ma non lo è, gli investimenti contabilizzati sono quelli spesi, e non quelli stanziati. I numeri erano e sono drammatici: fatto 100 il livello del 2007 , solo tra due anni gli investimenti pubblici salirebbero a 70, ovvero 30% in meno rispetto al 2007. La prima questione, e non si può che concordare col ministro Tria, è quella di «spendere e spendere meglio». Se questo è vero in un Paese che in 20 anni è cresciuto dell’0,29% all’anno, allora oltre all’analisi economica si deve fare l’analisi a valore aggiunto per vedere che, se spendo 3 miliardi di euro per la Tav Brescia-Verona, questa mi fa aumentare il Pil di 3 miliardi sui quali (tassando al 50%) me ne rientrano 1,5, e il resto diventa debito. Se il moltiplicatore della spesa fosse 3 entrerebbero nelle casse dello Stato 4,5 miliaardi riducendo anche il rapporto debito/Pil. Se questo fosse vero, non avremmo più problemi di crescita.

Ora, quinon solo questa analisi non è stata fatta per 122 miliardi di investimenti, ma non si vorrebbe nemmeno tener conto delle analisi economiche negative. Il problema dello Sblocca-cantieri, nei termini  in cui viene anticipato da notizie di stampa rappresenta, a mio avviso, un pericoloso diversivo per sbloccare risorse scarse su opere che sono care alla grande lobby politico-affaristica. Ne sono prova la piaga dei commissari straordinari, il ritorno del massimo ribasso, l’abolizione del limite del subappalto.

I problemi veri sono altri: il disastro del Codice Appalti dell’ex ministro Delrio, l’abolizione dei controlli preventivi sugli appalti eliminati 22 anni fa dalla legge Bassanini, la sostituzione dell’“offerta economica più vantaggiosa” con il massimo ribasso per lavori fino a 5,5 milioni e progettazioni fino a 221 mila euro, l’ emanazione di un unico regolamento attuativo superando (eliminando?) le linee guida di Anac e i regolamenti ministeriali; la vergognosa sottodotazione della pubblica amministrazione, l’inesistenza di una anagrafe patrimoniale per i dirigenti pubblici (era previsto dalla Riforma Madia bocciata dalla Consulta per la mancata intesa tra Stato e Regioni).

In Italia ci sono 48,9 pubblici dipendenti per 1000 abitanti, contro gli 83,2 della Francia e i 78 del Regno Unito; e contro anche i 60,5
della Spagna e i 70,9 degli USA. La Germania è apparentemente simile all’Italia (52,5 addetti per 1000 abitanti), ma questo dato è falsato dal fatto che in Germania il personale sanitario ha un contratto di tipo privatistico. Se consideriamo il totale degli addetti, pubblici e privati, nei settori che forniscono servizi pubblici (gas, elettricità, acqua, fognature, pubblica amministrazione, educazione, sanità e assistenza) abbiamo 81 addetti per 1000 abitanti in Italia, contro i 133,3 della Francia, i 151,5 del Regno Unito, gli 88,4 della Spagna, i 134,1 della Germania e i 180 degli USA (dati ILO relativi al 2015). Inoltre solo il 34% è in possesso di laurea, mentre nel Regno Unito sono il 59% e in Francia il 68% (dati Forum PA, 2012). Nello stesso anno, in Italia il 49% degli impiegati amministrativi e tecnici addetti a mansioni per le quali è richiesta la laurea se assunti dall’esterno non erano laureati (dati ARAN relativi al 2012). Pochi, vecchi, a bassa scolarità. Sono 16 gli anni impiegati per l’approvazione delle grandi opere e 2,6 per le piccole (fonte: Agenzia per la Coesione Territoriale).

Di certo esiste un problema di norme procedurali, ma la realtà è la sotto-dotazione del numero degli addetti conseguenti ai tagli di spesa, per il rispetto del dogma contabile delle tecnocrazie comunitarie. Falso che con la legge anticorruzione siano stati ripristinati, attribuendoli all’Anac. Non esiste una norma che affida ad essa il potere dei controlli preventivi sugli appalti. Sono stati solo due protocolli, sul Mose e su Expo, ad essere sottoscritti tra Anac e amministrazioni appaltanti. Evidente che si tratta di iniziative specifiche e isolate.

Leghisti e pentastellati, se vogliono davvero modificare le procedure sugli investimenti pubblici, reintroducessero i controlli preventivi sugli appalti, l’anagrafe dei dirigenti pubblici, il potenziamento della pubblica amministrazione, l’analisi macroeconomica degli investimenti e infine l’analisi costi-benefici fatta da terzi. Diversamente è cambiare tutto per non cambiare nulla.

(ph: Imagoeconomica)