Zaia il “liberal-democristiano”, l’anti-Salvini. Ma solo in teoria

Sul convegno di Verona il presidente del Veneto ha sottolineato ancora una volta la sua diversità rispetto al leader leghista. Ma si guarda bene dall’andare oltre

Luca Zaia ha la nomea di essere un “democristiano”, nel senso più popolare del termine: un equilibrista, uno smussatore di spigoli, un conciliante moderato che tende al tono medio e alla via mediana. Un cerchiobottista da competizione. Il che, intendiamoci, in politica – e specialmente nella trasformista e instabilissima politica italiana – rappresenta generalmente un atout favorevole.

Ma si dà il caso che il presidente della Regione Veneto sia esponente di punta di una Lega il cui leader supremo e indiscusso, Matteo Salvini, ha fatto della radicalità di posizioni e di stile il marchio del successo suo e del partito. Ad aver portato l’attuale vicepremier e ministro dell’Interno a espandere i consensi perfino al centro-sud – ultima conquista la Basilicata, dopo Abruzzo e Sardegna – e a fare del leghismo 2.0 la forza egemone e centripeta della destra, è stato l’addio al vecchio Carroccio federalista e nordista, con la graduale e irreversibile conversione al “sovranismo” schiettamente nazionale. Il salvinismo cos’è, in fondo, se non un impasto populista ispirato all’alt-right di Steve Bannon, alle destre anti-liberali dell’est europeo e, sia pur in maniera ondivaga, sia a Trump che a Putin? La formula di base è la stessa: niente melassa e politicismi, estremizzare il dibattito polarizzandolo su temi di forte presa di massa attorno alla parola d’ordine “prima noi” (italiani, americani, ungheresi, russi ecc), con un onnipresente richiamo ai “valori” tradizionali di Dio, Patria e Famiglia.

Zaia rappresenta invece quel che resta del vecchio leghismo, attaccato al mito dell’autodeterminazione da “Roma ladrona”, ancora parecchio sentito in Veneto, che nel 2017 ha votato plebiscitariamente al referendum sull’autonomia voluto dal governatore. Per lui é la battaglia delle battaglie, quella a cui ha legato il suo futuro politico. Ecco perché l’altroieri, a Treviso, proprio avendo accanto Salvini, ha dato l’ultimatum al governo sull’iter parlamentare che dovrebbe dare finalmente abbrivio al percorso autonomista: «Il 3 aprile ci sarà un’ulteriore audizione al Senato. Se si firma e ci danno l’autonomia bene, sennò a casa tutti». Se no a casa tutti? Salvini non pare dello stesso avviso: «lo dico chiaro: a questo governo non c’è alternativa, se vogliamo portare a casa l’autonomia, è l’unico che ce lo può consentire». Lo ha dichiarato esattamente sullo stesso palco.

Zaia giunge a chiedere la fine dell’esperienza governativa coi 5 Stelle, mentre Salvini la difende a spada tratta (e si capisce: gli sta assicurando un’inarrestabile ascesa…). Poliziotto buono il ministro, poliziotto cattivo il presidente veneto? Recitano due parti della stessa commedia, coprendo l’uno le spalle all’alleanza coi grillini, e l’altro le spalle proprie e il serbatoio di voti del Veneto profondo, per il quale l’autonomismo é la priorità in cima a tutte le altre? Può essere. Se non fosse che su un altro fronte bollente, Zaia non ha mancato di smarcarsi dal verbo salviniano in modo ancora più evidente. Ecco cosa ha detto a proposito del contestatissimo convegno di tradizionalisti “Congresso Mondiale delle Famiglie” che si terrà a Verona questo fine settimana: «Il Veneto ha dato il patrocinio, che resta, perché è giusto che tutti abbiano la parola nei limiti della sostenibilità. Penso che porre la questione sulla condizione della donna, sul fatto che i governi e le amministrazioni si occupino di più della condizione femminile, sul tema della natalità non siano temi da ritenersi fondamentalisti. Andrò lì a portare un pensiero contro l’omofobia, a tutela della libertà di scelta della donna, un pensiero liberale, non medievale ma rinascimentale. Il dibattito sull’aborto rientra negli strati più intimi di una persona. C’è una legge che lo prevede e nessuno sosterrà l’abolizione di questa legge. Io ho avuto il coraggio di portare la fecondazione assistita a 50 anni e anche allora il mondo cattolico non era dalla mia parte».

E già: non è la prima volta che ci tiene a far sapere che sul piano etico lui non la pensa proprio come Salvini lo sbandieratore del Vangelo (il quale, casualmente dopo le parole di Zaia, ha corretto il tiro specificando che non vuole «vuole togliere diritti a nessuno»). E non sarà l’ultima. Prima di tutto, perché Zaia, di suo, è alieno da ogni integralismo, compreso quello cattolico. In questo sì, che ha imparato la lezione della migliore (o peggiore, a seconda dei punti di vista) Democrazia Cristiana, e in particolare della sensibilità dorotea. Gli viene naturale, del resto: lui é un pragmatico che cerca di veleggiare sul mare in tempesta con la bussola tesa alla bonaccia. Per carattere e concezione, é distante anni luce dalla mentalità e dal modus operandi di un Salvini che nel tumulto e nella polemica invece é nel suo elemento (d’altronde, in gioventù il futuro successore di Bossi sfoggiava il sedicente “comunismo padano”, rovesciato ora in neo-nazionalismo, e infatti sempre di estremi si tratta). Zaia è naturaliter “liberale”, come si autodefinisce lui stesso. Cioé opposto, o quanto meno differente, rispetto alla destra fieramente illiberale incarnata dal segretario del suo partito.

Zaia é l’anti-Salvini, dunque? Lo sarebbe. Ma non lo é. E probabilmente non lo sarà mai. Non solo perché é difficile pensare di lavorare per togliere il terreno sotto i piedi a un super-Matteo che sbanca e stravince (ma mai dire mai: anche l’altro Matteo, il Renzi da Rignano sull’Arno, nel 2014 sembrava destinato a un radioso avvenire, e dopo due anni, mettendocela tutta, si era già sfracellato sulla propria mania di grandezza). Ma soprattutto perché il lato più inconfessabile del suo liberal-democristianismo sta in una parola: paura. Zaia teme il rischio non calcolato, le imprese che puzzino di avventura, le mete fuori dall’ordinario, la sfida al senso comune. Per questo su di lui si sono concentrate le speranze, per dirne una, di Confindustria. E’ prudente, guardingo, raramente gli esce la voce grossa, é un navigato paratore di fondoschiena – del suo, si capisce.

Perciò, il carsico controcanto che ogni tot spunta nelle cronache a marcare una diversità da Salvini corrisponde in realtà al bisogno di coltivare il proprio orto locale: il Veneto é moderato par excellence, di conseguenza Zaia impersona colui che modera, che fa l’uomo di centro, che segna una variante più ecumenica e salomonica. Una vita da mediano che gioca una partita sua, standosene nella sua area. E guardandosi bene dall’insidiare il ruolo di goleador di Salvini.

(Ph. Imagoeconomica)