Un Vicenza Virtus a struttura industriale. Ma con molti punti di domanda

Nel dibattito al Festival Città Impresa si é delineato un club all’avanguardia. Con una grossa dimenticanza: i tifosi

Nella conferenza stampa del 26 luglio dell’anno scorso Renzo Rosso aveva anticipato che, per il suo Vicenza, avrebbe creato «un modello di società unico, nuovo». Durante il dibattito «Il caso Vicenza, l’industria sposa il calcio» al Festival Città Impresa di ieri venerdì 29 marzo, il dg Paolo Bedin ha raccontato che la struttura tecnica e amministrativa del club ricalca il modello adottato ormai da quasi tutte le maggiori società professionistiche in Italia all’estero, un format di derivazione industriale: proprietà, cda o amministratore delegato, manager a capo di cinque aree di gestione, pianificazione e via con la solita sfilza di termini del gergo anglofono dell’economia. Niente di originale o unico insomma, come invece sosteneva Rosso. La originalità sta piuttosto nell’aver applicato questo modello ad una società di Serie C, categoria in cui invece albergano largamente presidenti «fasso-tutto-mi», dirigenti così così e i soldi che girano sono pochi e sempre meno.

I capitali non mancano invece al LR Vicenza Virtus, sia per il rapporto di controllo che esercita Only The Brave, la holding del gruppo bassanese, sia per l’apporto dei famosi nuovi undici soci. Uno di questi, Lino Chilese, industriale «della valle del Chiampo» (come ha puntualizzato lui stesso) era uno degli ospiti del dibattito. Nessuno gli ha chiesto se riterrebbe compatibile il suo ruolo di socio e componente del Cda del Vicenza se la sua società, l’Arzichiampo, fosse promosso in Serie C (attualmente è primo in classifica), nello stesso girone dei biancorossi. Un palese conflitto di interessi, insomma. Chilese ha invece detto che ritiene determinante, nel progetto di Rosso, far diventare il Vicenza la società di riferimento per tutta la provincia e che ha già incontrato lo staff di via Schio per avviare la collaborazione. Forse non ha proprio l’intenzione di portare l’Arzichiampo in C?

Sarebbe stato anche interessante sapere, ma anche questo argomento è stato ignorato, come funziona il rapporto fra il socio di maggioranza del Vicenza, cioè Rosso, e i suoi nuovi partner. Che, come ha ammesso Bedin, hanno acquistato il 40% delle azioni del club. Una quota non marginale, anche se lontana da quella di controllo. Ciò che conta, al momento, è che la proprietà si sia estesa a soggetti economici del territorio, introducendo così nel format della società di via Schio il concetto della «responsabilità sociale dell’impresa». Discorso un po’ difficile, questo, meriterebbe un bell’approfondimento (che però non c’è stato): si fa fatica a capire come il calcio di oggi, che è puro business, possa restituire qualcosa alla società che lo esprime che non sia solo «panem et circenses».

Ed infatti, nel dibattito, si è parlato molto di come fare soldi con il calcio e di come farne sempre di più. «Il fatturato del calcio professionistico italiano -bha spiegato Bedinb- è di 3,5 miliardi all’anno. Il problema però è che l’indebitamento è di 4 miliardi». Come si fa allora ad arrivare almeno al pareggio? Lavorando sui ricavi non tradizionali (cioè mercato, botteghino, abbonamenti) per far rendere di più l’area commerciale: sponsoring, marketing e merchandising, che «in Serie B e in Serie C costituiscono il 60-65% del fatturato». L’arma segreta sembrano essere i ricavi da stadio, intesi come tutte le entrate che può assicurare un impianto di proprietà. Entrate che oggi sono ancora molto marginali, anche perché –precisa il dg biancorosso- «in Italia sono stati costruiti solo tre nuovi stadi, quello della Juventus, a Udine e a Frosinone, mentre nel resto d’Europa sono stati ben 139, anche in paesi non in primo piano nel calcio. La quota specifica di fatturato all’estero arriva al 20-30%».

Anche Rosso pensa a un nuovo stadio a Vicenza. Ma il progetto sembra piuttosto complicato e realizzabile eventualmente solo a medio-lungo termine. Come è noto infatti, e nel dibattito è stato confermato, fra la società e il Comune (che è proprietario dell’area e dell’impianto dello stadio Menti) si è solo ai primi passi e nemmeno si è definito se l’impianto sarà privato o se interverrà una concessione di almeno cinquant’anni. Intanto l’amministrazione comunale si accolla le spese di manutenzione straordinaria per centinaia di migliaia di euro all’anno, salvo una quota minoritaria a carico del Vicenza in cambio della concessione gratuita dello stadio.

Di tanto si è dibattuto all’Olimpico ma non di tre temi fondamentali: la dipendenza del calcio dalle televisioni, la riforma dei campionati e, soprattutto, del pubblico e dei tifosi. Ed è stata una omissione piuttosto importante perché in una visione aziendalistica di una società di calcio quei tre fattori sono condizionanti, anche in Serie C. I ricavi della vendita dei diritti televisivi lo sono in positivo per i bilanci in Serie A e per i club che partecipano alle Coppe, molto meno per la B e invece lo sono in negativo per la terza categoria, dove sono praticamente nulli. Ma i network tv hanno sempre più peso nella pianificazione sportiva e organizzativa delle società. La riforma dei campionati poi è improcrastinabile ma le tre Leghe professionistiche non riescono a mettersi d’accordo né al loro interno né fra di loro sul numero delle squadre da ammettere in ogni campionato e sui format.

Il buco nero più visto del dibattito, comunque, è stato quello sulla «clientela» (chiamiamola così) del Vicenza: gli spettatori, gli abbonati, i semplici fans, che sono una vera e costante risorsa, fidelizzati al limite dell’autolesionismo, pronti a sostenere sempre e comunque. Come rientrano nello schema imprenditoriale della società di Renzo Rosso?

(ph: Vvox)