Divorzio, a chi spetta l’assegno?

Nel maggio 2017 una sentenza della Corte di Cassazione ha scosso ex moglie e mariti. Oggi vale il principio di buon senso

Nel maggio 2017 si è molto parlato nei media dell’assegno di divorzio, perché la Corte di Cassazione ha pronunciato una sentenza (la n. 11504/2017) che ha scosso ex mogli ed ex mariti. In negativo le prime, colte da rabbia e delusione, in positivo i secondi, rinfrancati dalla speranza di non dover più pagare l’assegno di divorzio.
Quella decisione ha suscitato numerose discussioni, sia nelle aule dei tribunali che fuori, perché, detto in poche parole, voleva eliminare il diritto delle mogli a percepire un assegno di divorzio nel caso in cui le stesse lavorassero, o potessero comunque procurarsi un lavoro, senza tenere conto, come si era fatto sino ad allora, della differenza tra i redditi dei coniugi, del tenore di vita goduto dalla famiglia nel corso della vita coniugale, della durata del matrimonio e dell’età di chi richiedeva l’assegno.

Ma più di tutto, la decisione della Cassazione sembrava volesse cancellare con un colpo di spugna la vita che molte mogli e madri avevano dedicato, d’accordo con il marito, ai figli, rinunciando alla carriera, magari dopo aver studiato, per ritrovarsi, non più tanto giovani e senza una professionalità, su un mercato del lavoro che non è in grado di accogliere nemmeno i neolaureati, figuriamoci una donna con bambini. A fronte di molte decisioni dei tribunali in contrasto con quella sentenza, quindi, nel luglio 2018 la Corte di Cassazione si è pronunciata, questa volta a Sezioni Unite (con la sentenza n. 18287/2018), per chiarire alcuni punti. Quindi oggi chi può ragionevolmente aspettarsi un assegno di divorzio?

Dice la Corte che la prima cosa che il giudice dovrà verificare è se c’è una rilevate disparità tra i redditi da lavoro e il patrimonio (denari nei conti correnti e beni immobili) di un coniuge e quelli dell’altro. Se parliamo di due persone che svolgono un lavoro con uno stipendio simile, ad esempio due insegnanti, probabilmente non ci sarà alcun assegno divorzile. Se invece il marito è un imprenditore affermato e la moglie si è sempre dedicata alla casa e alla famiglia e non gode di alcun reddito, allora le sarà riconosciuta una somma mensile. La situazione di chi non ha la concreta possibilità di trovare un lavoro è equiparata a chi un lavoro non ce l’ha. Se non ho mai lavorato ed ora ho 50 anni, difficilmente sarò assunta con un contratto stabile. In questo caso, però, dovrò dimostrare di aver fatto tutto il possibile per cercare un’occupazione, senza risultato: ho mandato curriculum, sono iscritta alle liste per l’impiego, ho lavorato per alcuni periodi di prova.

Una volta accertato che, in effetti, c’è uno squilibrio tra le condizioni economiche dei coniugi, il tribunale dovrà valutare se e quanto chi non ha un reddito ha partecipato, durante il matrimonio, alla formazione del patrimonio e del benessere comune. In questa valutazione, in accordo con quanto stabilito anche dalla Costituzione e dal codice civile, il lavoro professionale è equiparato al lavoro casalingo. Dice la Corte che, nel valutare se il coniuge che lo richiede ha diritto ad un assegno di divorzio, bisogna tener conto della distribuzione dei compiti professionali (cosiddetto “capitale visibile”, perché posso quantificare quante sono le entrate da lavoro) e dei compiti domestici e di cura della famiglia e dei figli (cosiddetto “capitale invisibile”, perché è un lavoro vero e proprio, ma non posso quantificarlo in termini di denaro). È evidente, infatti, che, al momento del divorzio, dalla distribuzione dei compiti concordata tra i coniugi durante il matrimonio può derivare una oggettiva penalizzazione per chi ha assunto quei compiti di natura non reddituale/professionale, sia perché non ha redditi sia perché spesso non ha nemmeno la possibilità di procurarseli. Andrà, quindi, riconosciuto un assegno di divorzio al coniuge, solitamente la moglie, che ha sacrificato le proprie aspettative professionali ed economiche perché si è dedicata in via esclusiva o primaria alla cura della famiglia e dei figli nel corso del matrimonio.

D’altra parte, però, se il matrimonio è durato pochi anni, se il coniuge economicamente più debole è ancora giovane ed in salute, ed ha una professionalità o comunque una pregressa esperienza lavorativa, dovrà rimboccarsi le maniche e rimettersi in gioco. La giovane età o la breve durata del matrimonio, infatti, potranno indurre il giudice a non attribuire l’assegno divorzile o ad attribuirlo con importi bassi, in ragione dello scarso contributo personale nella vita di coppia.

In conclusione, le Sezioni Unite hanno indicato un principio di buon senso: se il matrimonio è durato molti anni, ora non si è più così giovani, insieme si è deciso che la moglie non si impegnasse in un’attività lavorativa perché si è sempre occupata della gestione della famiglia, rinunciando alla propria professionalità, è giusto che le sia riconosciuto un assegno di divorzio per ricompensare le opportunità lavorative perdute. Se invece sei una moglie giovane, sei stata sposata poco tempo, hai studiato o hai comunque la possibilità di inserirti – seppur con fatica, con i tempi che corrono – nel mondo del lavoro, è corretto che non gravi sulle spalle dell’ex marito per gli anni a venire.

Post Scriptum: ho parlato prevalentemente di donne che stanno a casa per dedicarsi alla famiglia, perché in linea generale è quello che succede, ma oggi ci sono anche molti padri che decidono di dedicarsi ai figli a tempo pieno, rinunciando alla carriera o rinviandola di qualche anno, e a loro (uomini e donne) va tutta la mia stima.

Martina Sartori
Avvocato della famiglia e dei minori

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