I cittadini? Estinti. Oggi c’è la democrazia dei consumatori-bambini

Nelle elezioni locali ormai quasi non si riesce a trovare candidati e chiudere le liste. Perché nessuno vuole fare più fatica

Il 26 Maggio ci saranno le elezioni europee. In quel giorno, però, si voterà anche in moltissimi comuni veneti. Mi piace bighellonare per l’Alto Vicentino, mi piace intrattenermi e parlare di politica. Quello che mi pare drammaticamente di percepire è che, in molti medi e piccoli Comuni, i pochi sopravvissuti allo tsunami dell’indifferenza, i pochi superstiti al terremoto dell’egotismo, fatichino a trovare candidati, stiano sgobbando e sudando per chiudere le liste. Inoltre, in più di qualche Comune sembra ormai più che probabile possa esserci una sola lista. Questo vuol dire, in quei contesti, vegliare al capezzale di una democrazia morente. Con una sola lista, non si sceglie, se non si sceglie, niente democrazia.

Che cosa è successo? E’ evidente il naufragio della democrazia dei partiti. Nel ‘900 i partiti sono stati capaci di creare una vera e propria fede laica, un motivo per reperire senso. Con le loro ritualità e le loro liturgie, hanno saputo garantire la transustanziazione dell’individuo nel corpo collettivo. Tutto questo non c’è più da tempo. La trasformazione della rappresentanza in rappresentazione mediatica, del partito nel leader, dei cittadini in followers rivela tutta la sua inconsistenza quando si tratta di trovare i corpi, le braccia, il tempo di persone che abbiano ancora voglia di dedicare le loro energie per un progetto sovra individuale, per la propria comunità, per il proprio paese. Lipovetsky l’ha chiamata “l’era del vuoto”.

L’unica fede diffusa, l’unica egemonia onnipervasiva è il neoliberismo. Questa tavola valoriale ubiquitaria ha rovesciato il concetto di libertà: non sono libero in quanto cittadino, perché nella condizione di essere protagonista della costruzione di processi collettivi, sono libero perché liberato da ogni dovere sociale, da ogni vincolo con gli altri. Dalla libertà per alla libertà da, dal cittadino al consumatore, dalla fatica felice della comunità al deserto della solitudine. Perché questo accadesse ci voleva una vera e propria mutazione antropologica, che ci ha spiegato in maniera mirabile il filosofo statunitense Benjamin Barber. Nel ‘900 si consolida il capitalismo e si diffonde, come ricorda Weber, l’etica protestante. Questa è un’etica della frugalità, ma anche dell’impegno. Questa crea grandi poli industriali fordisti, ma anche grandissime esperienze collettive.

Non si potevano avere partiti con milioni di iscritti, o sindacati popolati senza un’etica dell’impegno e della partecipazione. Questa fase però finisce, perché da una trentina d’anni siamo passati al capitalismo dei consumi. Se precedentemente, nella fase embrionale nel nostro modo di produzione, si produceva per soddisfare i bisogni necessari, adesso è invece necessario produrre bisogni. Per poter generare e diffondere desideri, un uomo solido, innervato dall’etica dell’impegno e dai valori della partecipazione non funziona più. C’è bisogno di un tipo umano radicalmente diverso, di un uomo frivolo, liquido, vulnerabile, non strutturato e disimpegnato, facilmente seducibile dal variopinto e superficiale mondo dei consumi. Per il marketing i bambini sono delle prede sicure, perché, non essendo ancora protetti dalla solida corazza dello spirito critico, sono facilmente ingannabili. Ecco la tesi di Barber, ecco svelato l’inganno: se si possono trasformare i bambini in consumatori perché non trasformare i consumatori in bambini? Il nostro è il tempo della diffusione di un ethos infantilistico.

In tutte le civiltà c’è un passaggio dall’infanzia all’età adulta, ma l’Homo Consumens rimane bambino. Preferisce l’impulsività alla deliberazione, la gratificazione immediata a quella differita, il narcisismo alla solidarietà, l’apparenza alla sostanza, il facile al difficile, il veloce al lento. La solidità del progetto evapora nel qui e ora, perché bisogna comprare subito, bisogna comprare tanto, bisogna comprare adesso.

La faticosa costruzione di legami solidi diventa un ostacolo da abbattere, un nemico da combattere. Ecco perché Beppone e don Camillo erano la loro comunità. Ecco perché i nostri Toni e Bepi, con le loro braghe di fustagno, dopo 8 ore di fabbrica andavano a parlare, l’uno al circolo operaio, l’altro al circolo cattolico, del paese, del partito, organizzavano momenti di socialità, feste. Sicuramente era faticoso, ma era anche bello, era appagante. Ve li vedete oggi Kevin e Johnny, dopo la seduta di lampade, una sistematina alle sopracciglia dall’estetista, un acquisto dell’ultimo Iphone 1000 su Amazon, passare ore a discutere della propria città, volantinare per le strade e combattere per l’orgoglio di conquistare un seggio al consiglio comunale?

(ph: Shutterstock – Ljupco Smokovski)