Mangiare, l’arte in cui diamo il meglio di noi: inno alla mortadella!

E’ evidente che l’uso di certi alimenti va controllato ma non ci roviniamo la vita più del necessario. I salumi sono un piacere. Privarci di una fettina di gioia di vivere? Giammai!

Che noia. Siamo alle solite. Dopo le invettive contro l’olio d’oliva, appoggiate da serie e documentate ricerche, e riabilitazione della nobilissima e salutifera bacca mediterranea; dopo gli anatemi contro ogni sorta di formaggi e relative ritrattazioni; dopo le contumelie all’indirizzo del mortifero ovetto di gallina con successivi ridimensionamenti, ora è la volta delle carni: d’ogni genere, beninteso, rosse in particolare, ma più letali del vino al metanolo e perfino della stricnina, poi, se lavorate e conservate in qualunque modo, marinate o salate o seccate o affumicate e peggio ancora trattate con mefitici additivi, dai diabolici solfiti in giù.

E’il solito, noioso tormentone. Dietologi d’assalto, salutisti e meno noti istituti di alimentaristica spergiurano che le carni conservate, dal pur nobilissimo culatello emiliano al leggendario patanegra andaluso, fino all’umile sapida finocchiona toscana, al capocollo veneto e, infine, alla brigantesca salsiccia piccante calabrese, sono in realtà dannose: appena appena un gradino sotto il fumo (tutto ciò che piace “o fa male o è peccato”, diceva Oscar Wilde).
E’evidente che la guardia contro lipidi, colesterolo e trigliceridi va tenuta alta: su ciò esiste da noi, fin dalla scuola, un’educazione che pur tra falle e difetti è passabilmente vigile. E’ palese che l’uso di certi alimenti va controllato e, se il medico lo consiglia, evitato. Tuttavia non ci roviniamo la vita più del necessario. Alimentarsi è una necessità, ma anche un’arte e un piacere.

L’essere umano ha sempre riversato nel cibo, nella presentazione e nel suo consumo, il meglio di sé e del proprio ingegno: alimentarsi è necessario, mangiare, però, è una scienza e un fatto di cultura. E i salumi sono un piacere arcimboldesco, una goduria. Privarcene? Giammai! Ne va del nostro onore; ed è in gioco un po’ della semplice, cara felicità. Una fettina di gioia di vivere.

E io, mortadella, ti voglio bene.
Amo il rosato, delicato e quasi impudico della tua carne,
il tuo profumo di campestre paradiso, la tua morbidezza,
il piccante dei tuoi semi di pepe e le smeraldine incrostazioni dei pistacchi
che, quando sei di grande qualità, generosamente ti ornano.
Amo l’elegante umiltà dell’offrirti racchiusa in un fragrante panino
ai liceali che ti gustano – dio li perdoni! – tra generose e disgustose sorsate di CocaCola;
ai meno giovani e agli anziani che ti accompagnano – dio li benedica! – con un bel lambrusco;
alle ragazze che ti addentano pudiche e golose come se stessero consumando un rito d’amore;
ai vecchi signori grassi che ti consumano rapidi e circospetti
di nascosto dalla moglie arcigna o dalla badante spiona.
Alcuni malevoli ti accusano, mia cara saporosa amica, di essere un’assassina che uccide poco a poco. Ma io penso di te quel che pensava il signor di Voltaire del caffè: “sei un lento veleno: e allora? io non ho per nulla fretta”.

(ph: shutterstock)