“Pater” di Ricchitelli, il coraggio di indagare il mostro

Il protagonista del romanzo, come i personaggi di “Arancia meccanica”, sceglie il male. In barba alla retorica della compassione

Se l’evento più tragico del ’900 sono i campi di sterminio, noi, nel nuovo millennio, abbiamo il politicamente corretto. Solo apparentemente esso è meno drammatico. In realtà, miete vittime ogni giorno. Come nell’incubo distopico orwelliano, qualunque voce dissenziente con un minimo seguito viene messa a tacere. Anticipo l’obiezione: io posso parlare solo grazie alla mia irrilevanza mediatica. La libertà di scrittura che possiedo è dovuta al fatto che mi rivolgo ai muri e al vento; al mio specchio che, nel mentre, mi rimanda sguardi di disapprovazione.

Anche la letteratura – che Dio ci aiuti – è contaminata da questo virus. Tutte storielle edificanti, come nella narrazione giornalistica. Panegirici in lode dell’integrazione e dell’accoglienza, storie antiviolenza per la salvaguardia della povera moglie eternamente maltrattata dal marito patriarca. Una volta, per capirci, dopo i fatti di Macerata e quel Traini che sparò ai migranti per strada, i campioni del politicamente corretto, dalle colonne di “Nazione Indiana”, scrissero intimando ai direttori televisivi e dei giornali di sospendere programmi e dibattiti che potessero alimentare e propagare l’odio corroborato dalla classe politica. Disgustoso! Pensate forse che Dostoevskij si sarebbe fatto sfuggire un soggetto quale Traini? Come scrisse il mio maestro, Davide Brullo: «uno scrittore […] si getta nella melma della vita, bacia il mostro (altro che “non lasciar nascere questi mostri”, è tutto il contrario, cari pelosi, politicanti scrivani), si fa lacerare dal mostruoso».

Se ancora non avete capito, leggete “Lo Straniero” di Camus. Già, ma oggi questo mirabile libro del noto Premio Nobel lo pubblicherebbe qualcuno, se non si trattasse di un classico e Camus fosse un italiano in luogo di un francese? Ne dubito fortemente. Oppure farebbe la fine di “Pater“, il romanzo di Giacomo Mario Ricchitelli: pubblicato male da Il Seme Bianco e recensito peggio – o, per meglio dire, non considerato da alcuna anima bella della critica. Eppure questo è disarmante come ogni grande testo, come il succitato “Lo Straniero”. Pater, come in parte dice il titolo, è la storia di uomo che in principio ha una moglie e due figli, insomma una famiglia tradizionale. Eppure maltratta e disprezza la consorte, che considera alla stregua di una brava serva addetta alle faccende domestiche. Con i figli non è da meno: anche se non li picchia, se ne disinteressa. Malgrado ciò, egli non incarna in modo granitico il male assoluto.

Anzi, Franco Pezzella, questo il suo nome, è un uomo non superficiale e caratterizzato da una sua cinica profondità («c’è  solo una  cura per la  mediocrità: prenderne  atto e godersela tutta. Non inseguo il successo nella  società e il non saper far nulla  di particolare, oltre al non essermi  impegnato mai per capire quali fossero  le mie capacità, mi rende un uomo libero. Quelli che hanno una passione per una qualunque  cosa sono quelli che finiscono per diventarne schiavi,  vivono la vita in funzione della loro missione, senza rendersi  conto di rinunciare alla loro libertà. Cristo, che ha vissuto secondo  la missione che si era imposto, è finito in croce e loro fanno la stessa  fine. La vita va goduta, le passioni possono essere al massimo giornaliere: solo  così siamo in grado di dominarle e godercele davvero»). Come il personaggio di Alexander DeLarge, in “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess – e non meno nella trasposizione cinematografica di Stanley Kubrick –, egli compie una scelta consapevole per il male, la menzogna, la finzione sociale.

Imita la brava persona pur non essendola e manipola, controlla, trascura senza remore, lasciando solo macerie esistenziali dietro di sé. Ogni azione del protagonista, proprio come nel più famoso romanzo dell’autore inglese, non trova spiegazione in una sorta di schema deterministico secondo il quale qualunque comportamento si motiva sulla base di un contesto sociale e, soprattutto, economico. Non c’è il degrado di un quartiere malfamato, in cui la tendenza alla violenza e alla sopraffazione è più accentuata. Non la disoccupazione e le inevitabili tensioni che questa può generare. Solo un essere umano che sembra la versione romanzata dell’egoista impunito descritto da Max Stirner nel vero testo maledetto della filosofia occidentale, “L’unico e la sua proprietà”. Un individuo, insomma, che persegue sé stesso come unico parametro morale, che non riconosce alcun debito nei confronti della società e degli altri.

Casomai, egli vede come fumo negli occhi qualsiasi retorica della compassione, dell’impegno e del lavoro. Non ha neppure una speranza, solo una fredda consapevolezza dell’insensatezza dell’esistenza umana. La chiusura del testo stirneriano gli si attaglierebbe, insomma, magnificamente: «io ho fondato me stesso sul nulla». Ecco finalmente un autore che non ha paura di girare senza scorte virgiliane entro i gironi infernali, incontrare il mostro, guardare l’abisso e ricevere di rimando tutta la tenebra nei suoi occhi.