Eschilo alla Sorbona, i registi si possono fischiare. Non censurare

Nel mirino degli studenti la presunta «propaganda coloniale» del regista. Non la tragedia in sé

L’uso improprio e senza discernimento di un approccio “politically correct” alla cultura e in particolare alla letteratura del passato, genera effetti sempre problematici e spesso paradossali, come da tempo si nota specie nei paesi anglosassoni, del resto culla di questo fenomeno. Solo per dire, c’è un romanzo della prima fase creativa di Joseph Conrad, l’autore di “Cuore di tenebra“, che fa molta fatica a essere rilevato dai radar della ricerca negli States, e suscita ricorrenti imbarazzi accademici. Ha la sfortuna di intitolarsi Il negro del “Narciso”, in inglese The nigger of the “Narcyssus”. E meno male che si può in qualche modo aggirare l’ostacolo terminologico, in considerazione del fatto che la prima edizione Usa uscì con il titolo The Children of the Sea: A Tale of the Forecastle. In un altro ambito, l’eminente anglista Sergio Perosa raccontava di recente – in occasione della presentazione del suo saggio “Il Veneto di Shakespeare” – che c’è un campus americano nel quale “La bisbetica domata” (ambientata a Padova) è proprio uscita dai programmi: troppo “inaccettabile” la condizione subalterna della donna che vi viene delineata.

Come si vede, l’ambito cronologico del “politically correct” non conosce limiti e si sta pericolosamente ampliando. Il romanzo di Conrad è del 1897, ma il dramma di Shakespeare risale all’ultimo decennio del Cinquecento. E mentre c’è chi paventa che di questo passo presto arriverà il momento in cui a finire nei guai sarà Dante, per via del trattamento che riserva a Maometto nell’Inferno (per non parlare degli omosessuali e della punizione loro destinata), accade che a Parigi, nell’ambito di un’iniziativa teatrale universitaria che si tiene alla Sorbona, il salto – almeno apparentemente – sia ancora più lungo, arrivando a 2.500 anni fa, nell’Atene dei tragici. Chi scrive ha scoperto la notizia grazie a un post su Facebook (molto visto e ampiamente commentato) del direttore di questo giornale online, ma in Italia la vicenda è passata quasi interamente sottotraccia. Salvo errore, almeno nei primi giorni dopo i fatti se n’è occupata solo una testata internet intitolata “Il primato nazionale – Quotidiano sovranista”. Il taglio dato alla storia si riassume nel titolo: «Parigi, rappresentazione di Eschilo sospesa: “La tragedia greca è razzista”».

Le virgolette nei titoli (e prima di queste, i titoli in quanto tali) sono notoriamente uno dei punti deboli del giornalismo italiano, a prescindere dagli orientamenti politici. In questo caso, la frase virgolettata fa pensare che qualche squinternato (altrimenti è impossibile definirlo) abbia messo sotto accusa per razzismo la tragedia greca nel suo insieme, o quanto meno quella che doveva essere rappresentata, “Le supplici di Eschilo“. Non è così. Leggendo l’articolo, anche se i dettagli sono piuttosto generici, diversamente da quanto fa capire il titolo si coglie che il problema non è l’opera con i suoi contenuti, ma i modi della sua rappresentazione. Quella che non si coglie per niente, invece, è una posizione sulla grave questione centrale in questa faccenda. Che non consiste nel fatto che ci siano studenti della Sorbona che vedono del razzismo in Eschilo, semplicemente perché non è così. La questione consiste nella voluta e riuscita censura di una rappresentazione teatrale, bloccata dagli studenti allineati con le forti critiche giunte dal Consiglio rappresentativo delle associazioni dei neri di Francia. Motivo? La regia dello spettacolo era ritenuta responsabile di “propaganda coloniale”.

Come racconta il quotidiano Le Figaro, nel suo sito dedicato gli studenti, questo è il punto cruciale, sul quale si è mosso anche il governo francese addirittura con due ministri, quello della cultura e quello dell’istruzione superiore: censura inaccettabile, questo spettacolo s’ha da fare e prossimamente si farà. Si vedrà che cosa succederà allora. Nel frattempo, l’autorevole grecista che curava la regia, il prof. Philippe Brunet, traduttore dell’Iliade, docente all’università di Rouen, ha postato su Facebook scuse («dispiaciuto se ho ferito qualcuno…») e dettagli sulle sue intenzioni, difendendosi dall’accusa di avere progettato uno spettacolo “blackface”. Nel quale cioè i personaggi di colore sono persone bianche con la faccia pitturata. In realtà, dice Brunet, gli attori dovevano indossare maschere bianche e nere, necessarie per dare evidenza scenica al fatto che in questa tragedia di Eschilo c’è un confronto fra gruppi etnici diversi, gli argivi e le figlie di Danao, le Danaidi, che provengono dall’Egitto.

Però la dettagliata cronaca del Figaro-étudiants fa capire che Brunet era tenuto d’occhio dai protestatari fin dall’anno scorso, quando in una rappresentazione da lui diretta ci sarebbero stati personaggi con la faccia dipinta di nero. Vista da fuori, l’impressione è che gli studenti abbiano cercato il caso e forzato la mano, con un’azione inaccettabile, contraria a ogni principio di libertà creativa e culturale. Ma checché voglia fare intendere Il primato nazionale, non c’è stato nessun attacco ai principi fondanti e agli autori-simbolo della cultura occidentale in nome del “politically correct”. Eschilo resta Eschilo, il razzismo non c’entra con i tragici greci e a teatro i registi si possono fischiare, se del caso. Censurare, no.

(ph: Vvox)