Veneto autonomo, il parlamento renderà vano il referendum del 2017?

I costituzionalisti sottolineano il diritto-dovere delle Camere di avere l’ultima parola. E in effetti 23 materie sono tante. Forse troppe

L’art.5 della Costituzione recita: «la Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua, nei servizi che dipendono dallo Stato, il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento». C’è poi l’art. 117 con la versione in vigore a decorrere dall’esercizio finanziario relativo all’anno 2014, in cui sono enumerate tutte le materie di legislazione esclusiva dello Stato: sono tante e non le elenco. Spetta infine alle Regioni la potestà legislativa su materie non espressamente riservate alla legislazione dello Stato.

Qualche osservazione preliminare. Attraverso un referendum consultivo, non vincolante, il Veneto nel 2017 ha spinto molto per ottenere un’autonomia, piuttosto vasta, che difficilmente otterrà. Lo hanno seguito la Lombardia e, pur con meno pretese e senza ricorrere al voto popolare, l’Emilia-Romagna. Ora si sono accodate anche altre Regioni. Credo sia facilmente comprensibile come ogni popolazione interpellata, con il miraggio di maggiori benefici, risponda affermativamente al quesito postole. Il valore della consultazione è quindi abbastanza pilotato dagli istinti egoistici. Per quanto mi riguarda, il principio di sussidiarietà mi ha trovato favorevole per tanti anni. Avvicinare i problemi da risolvere a coloro che lo debbono fare, è cosa buona e giusta. I Comuni, ad esempio, sono nella posizione migliore per sapere ciò che serve ai loro cittadini. Ma, negli anni, le esperienze di altre sussidiarietà mi hanno profondamente deluso. Ad un carrozzone statale anonimo e lontano, si sono susseguiti altri carrozzini che , pur con distanze ridotte, hanno aumentato sprechi e burocrazie.

I 23 ambiti di autonomia esplicitati da Veneto e Lombardia, non si vede come potranno essere accolti in toto. L’Emilia-Romagna ne reclama, più moderatamente, 19. Degli altri richiedenti aggiuntisi, poco si sa. Inoltre, come evidente a molti , l’autonomia non è uguale per tutti e lo si vede chiaramente da come sono governate le Regioni a statuto speciale: alcune bene, altre da piangere, nonostante i fondi copiosi non manchino. Per l’accelerazione data dalla Lega alla richiesta, non è stata ininfluente l’opinione del professor Bertolissi secondo il quale la cosa si può tranquillamente realizzare tra Regione e Stato senza altri pareri. A quel punto è intervenuto il capo dello Stato, Sergio Mattarella, che ha fatto notare come una riforma di quel tipo non possa non passare per il Parlamento. Non so se autonomamente oppure su input del presidente, un gruppo di 30 costituzionalisti ai quali se ne sono poi aggiunti molti altri, ha prodotto un documento che, chiedo venia per qualche eventuale imprecisione, tento di sintetizzare.

«Vi è preoccupazione per le modalità di attuazione della riforma per un regionalismo differenziato e per la marginalizzazione del ruolo del Parlamento», scrivono i giuristi. Ulteriori forme di autonomia non possono basarsi solo sugli accordi tra Stato e Regioni. Nel terzo comma dell’art.116 della Costituzione, dopo la riforma del 2001, si prevede una legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata e sentiti gli Enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’art.119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta sulla base dell’intesa tra lo Stato e la Regione interessata. Questa disposizione va letta in coerenza con i principi di unità e indivisibilità della Repubblica. «In assenza di una legge generale che stabilisca le condizioni del regionalismo differenziato», specificano gli esperti, «e quindi per evitare un’attuazione disordinata dello stesso, e, altresì, in assenza di un dibattito preliminare, è opportuno sottolineare come lo stesso art.116, terzo comma, preveda un ruolo positivo del Parlamento nella definizione del regionalismo differenziato». I parlamentari, qualora lo ritengano opportuno, sono chiamati ad intervenire con emendamenti, anche sostanziali, sugli accordi Stato-Regioni, prima del voto definitivo del Parlamento. Tale voto non può essere una mera formalità visto che la ratio del succitato comma 3 è anche quella di inserire armonicamente l’autonomia negoziata nell’ordinamento della Repubblica.

Questa è in sintesi l’appello dei costituzionalisti al presidente Mattarella, ai presidenti delle Camere e a tutti i parlamentari. Nella trattativa Stato-Regioni, la parte tributaria per il Veneto è sostenuta da due professori esperti: Andrea Giovanardi dell’Università di Trento e Dario Stevanato dell’Università di Trieste. Entrambi escludono che si possa interpretare l’accordo come «la secessione dei ricchi»,  a dire che ognuno pensi per sé e gli altri si arrangino. E’ comunque chiaro che quanti più elementi vi saranno a disposizione del Parlamento, tanto meno si rischierà di sbagliare.

(ph: Imagoeconomica)