Olimpiadi 2026, tutta politica e poco sport. Ma i soldi arrivano

Cortina, arrivata per ultima, è riuscita a diventare il partner esclusivo di Milano nella candidatura. Ma ad Asiago c’è delusione

Il leghista Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega allo Sport nonché braccio destro di Matteo Salvini, aveva sempre detto no. «Il Governo non darà supporto economico alla candidatura Milano-Cortina per le Olimpiadi invernali 2026» era stato il mantra ripetuto per sei mesi. Tanto da costringere il sindaco di Milano Beppe Sala, il vero leader della candidatura, a ribattere che, i soldi, il Comitato Promotore (e, in caso di aggiudicazione, anche Organizzatore) li avrebbe trovati da solo.

Ma il 1° aprile, a Venezia, in occasione dell’incontro con la Commissione di valutazione del CIO (in missione in Veneto e in Lombardia per una verifica del dossier presentato dalle due city host italiane), Giorgetti ha spiazzato tutti annunciando un clamoroso voltafaccia: l’esecutivo si accollerà non solo i «costi indiretti» (come sicurezza, intelligence e sanità) ma anche quelli «indiretti». In pratica le infrastrutture (viabilità, trasporti, villaggi olimpici) e gli impianti sportivi, distribuiti in tre Regioni: Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige.

A cosa si deve questo ripensamento? Bisogna fare un passo indietro. Tutta la vicenda della candidatura lombardo-veneta ai Giochi invernali è stata dall’inizio avvelenata e influenzata da fattori extra-sportivi e che si possono ricondurre da un lato all’antagonismo fra i due partiti al Governo, Lega e M5S, e dall’altro alla linea dell’esecutivo (ma sarebbe più appropriato dire della componente leghista) che ha dichiarato guerra la Coni e ha varato una riforma del finanziamento pubblico alle Federazioni.

Sul piano personale il testa a testa è fra Giorgetti, il politico, e Giovanni Malagò, il presidente del Comitato Olimpico nazionale. Finora il vincitore è stato il politico, che è riuscito a togliere dalle mani dello sportivo il portafogli dei contributi statali che il CONI percepiva e distribuiva alle Federazioni. Soldi che invece in futuro saranno erogati da una nuova società controllata dallo Stato («Sport e salute»).

Il ritorno in pista del governo a fianco della candidatura Milano-Cortina, che è sostenuta dal Coni e da cui è stata formalmente presentata al CIO, può essere letto come una rivincita di Malagò, che dall’inizio è sempre stato dalla parte del primo cittadino di Milano e ne ha condiviso la linea autarchica dopo il disimpegno di Giorgetti.

Ma la chiave di volta, anzi di svolta, è più probabilmente politica. Il retroscena della candidatura unitaria infatti ha visto all’inizio schierati Lega e Cinque Stelle a sostenere parallelamente le candidature separate di Milano e Torino, senza contare un intervento «esterno» del Partito Democratico coinvolto a livello regionale. Quasi in extremis, un anno fa, Zaia si è inventato la candidatura Cortina-Dolomiti, ed è riuscito a entrare nel gioco coinvolgendo il Trentino-Alto Adige (all’epoca a maggioranza Pd).

È successo poi che Chiara Appendino, la sindaca di Torino, non ha aderito alla proposta di Giorgetti di unificare le candidature, sancendo la rottura fra i due partiti al Governo. Giorgetti non la ha presa bene e ha negato i soldi pubblici. Zaia invece ha completato il suo capolavoro facendosi accettare come unico partner dei lombardi nella candidatura definitiva.

Questo complicatissimo quadro, che di sportivo nulla ha, si semplifica improvvisamente in marzo quando l’esecutivo decide di assicurare proprio a Torino il sostegno economico in caso di assegnazione al capoluogo piemontese delle ATP Finals, il torneo di tennis di fine stagione a cui accedono i migliori otto delle classifiche mondiali di singolare e doppio, dal 2021 al 2025. In controtendenza alla precedente linea-Giorgetti, il Governo darebbe copertura del 60% dei 78 milioni necessari. Impossibile, dopo questo annuncio, negare i soldi alle Olimpiadi invernali 2026.

E così Giorgetti si presenta in Regione a Venezia e, come se nulla fosse, fa l’annuncio a sorpresa. I maligni sostengono che il cambio di rotta sia stato ben motivato dalle risultanze di uno studio di fattibilità dell’Università La Sapienza di Roma: le entrate fiscali e l’aumento del PIL derivanti dai Giochi sarebbero ampiamente sufficienti a coprire i costi a carico dello Stato. E forse ha avuto anche il suo peso la parola buona spesa dal presidente della Repubblica Mattarella in occasione della visita ufficiale a Belluno a metà marzo.

Certo, la disponibilità data da Giorgetti per il Governo è di quelle che si dicono «a costo zero»: intanto bisogna aspettare che arrivi la assegnazione all’Italia (in giugno) e poi si dovrà vedere sui bilanci di quali esercizi andrà realmente a pesare l’erogazione statale. Si parla del 2026, mancano sette anni, chissà quale sarà lo scenario politico al momento dei decreti attuativi.

E il Veneto? La Regione governata da Luca Zaia (fino al 2020, in caso di rielezione al massimo fino al 2025), a fronte di un impegno economico molto contenuto, riceverebbe dallo Stato centinaia di milioni per infrastrutture e impiantistica sportiva con ricadute positive che, stando al dossier presentato al CIO, si prolungherebbero per molti anni: mai più cattedrali nel deserto è la parola d’ordine imposta per la sostenibilità della candidatura.

Se da una parte ci sono quelli contenti per come si è mosso il governatore, come i trentini di Pinè e i bolzanesi di Anterselva, gratificati pur senza aver mosso un dito per la candidatura, dall’altra ci sono i delusi: all’Altopiano dei 7 Comuni, a cui il politico trevigiano aveva promesso uno spazio nella candidatura, non è stata riservata nemmeno una sede di allenamento o di pre-gara. Difficile che lassù votino ancora per Zaia.

(pista da sci a Cortina, ph: Boerescu – Shutterstock)