Lo Spirito Santo come modello sociale? Bassetti (Cei) le spara grosse

Nel suo discorso al Consiglio dei vescovi, il cardinale invoca il sinodo come riferimento per la vita quotidiana dei cattolici. In barba all’autonomia terrena

Si è appena conclusa a Roma la sessione primaverile del Consiglio permanente della Cei, i cui lavori sono stati introdotti dal cardinal Gualtiero Bassetti. Il suo discorso contiene spunti molto interessanti, e largamente ignorati dai media, sul tipo di analisi e di proposte discusse dai vertici della Chiesa italiana. Il centro dell’intervento del presidente della Cei è stata la “sinodalità”: «non è un vestito esteriore la sinodalità. Ha un significato misterico, contenuto in quella piccola preposizione: syn, frutto e condizione della venuta dello Spirito Santo che ama l’unità e la concordia». Subito dopo Bassetti puntualizza non po’ contraddittoriamente e un po’ confusamente:«la sinodalità è la forma esteriore che il mistero della communio assume nella vita della Chiesa (…) E’ quindi uno stile la sinodalità, che nasce da quella vita di grazia che conforma al Signore Gesù».

Esteriore o non esteriore che sia, sembra cosa certa che la sinodalità, frutto (o condizione?) della venuta dello Spirito, sia un dono di Dio, una grazia dall’alto. E invece no: essa, spiega paziente il cardinale, «sorge dal basso. Inizia dall’ascolto, dove ciascuno ha qualcosa da imparare dall’altro, nella volontà di mettersi in sintonia, di accogliersi reciprocamente (…)» Non solo ma consente di allargare gli orizzonti perché è uno «sguardo sull’uomo: dagli ambiti di Verona – la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità umana, la tradizione e la cittadinanza – alle vie di Firenze: uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare».

Qualunque cosa tutto questo significhi , per Bassetti la sinodalità è necessaria «per essere davvero popolo di Dio, come pure per restare un punto di riferimento morale e sociale per il nostro Paese». Non per nulla «la sinodalità è una proposta che sentiamo di poter e di dover fare anche alla società, a una società slabbrata come la nostra». Sorprendentemente il presidente della Cei fa sua, cioè della Chiesa che è in Italia, la proposta neo-integralista avanzata qualche mese fa dall’arcivescovo di Palermo monsignor Corrado Lorefice che, sul Corriere della sera, l’aveva così motivata: «l’assetto sinodale è a mio modo di vedere l’unica risposta giusta (…) Fare Sinodo oggi è caricarsi delle attese, dei dolori e delle fatiche di tutti e collocarle davanti a Dio per farci dire dallo Spirito in che modo oggi dobbiamo essere discepoli di Gesù di Nazareth».

Su questo giornale mi ero permesso di dubitare che una volta venuto a conoscenza dei dolori e delle fatiche del popolo, lo Spirito Santo si dedichi a suggerire ai cattolici italiani le soluzioni giuste in modo da accreditarli come veri discepoli di Cristo. Ora però, di fronte al Presidente della Cei che addirittura auspica che la società intera si strutturi secondo la sinodalità amata dallo Spirito (ma un po’ meno dalla burocrazia vaticana, dalle Conferenze episcopali, dai Consigli diocesani, presbiterali e parrocchiali) mi chiedo: come è stato possibile regredire fino a questo punto? Come è stato possibile, cioè, perdere così facilmente la fondamentale e liberante lezione della Gaudium et spes circa la legittima autonomia delle realtà terrene che, proprio per questo, non devono mai essere rivestite con panni religiosi, soprattutto se misterico/sinodali?

(ph: Imagoeconomica)