Chi è fascista oggi? Nessuno. Parola di Gentile

Nel suo ultimo saggio lo storico allievo di De Felice indaga le affinità di partiti e movimenti odierni con il Ventennio di Mussolini. Conclusione: non ci sono

Togliamoci il dubbio una volta per tutte: esiste il pericolo di un ritorno del fascismo? La domanda avrebbe una risposta ovvia e molto semplice. Purtroppo a volte il buonsenso comune non basta e, anche per chiarire una faccenda scontata, è necessario scomodare nientemeno che una mente quale quella di Emilio Gentile, eminente studioso di storia contemporanea, specializzato guarda caso proprio sul Ventennio. Perfino il Professore, evidentemente arrivato anche lui al limite della sopportazione, come tutte le persone che non soffrono di paranoia e altri disturbi mentali, si è sentito in dovere di porre la parola fine all’annoso dibattito intorno al probabile ripresentarsi del fascismo sotto mentite spoglie. Vede così la luce, per Laterza, “Chi è fascista“, un agile volume impostato alla stregua di un dialogo platonico in cui, maieuticamente, il famoso docente replica a tutta una serie di incalzanti domande che sembrano provenire direttamente da una psicotica riunione di redazione di La Repubblica e L’Espresso.

Dimenticatevi tutte le assurde istruzioni per diventare fascisti, o le follie balzate all’onore delle cronache con il nome di “fascistometro”. Con questo libro siamo in presenza di uno che sa quel che dice ed evita accuratamente di parlare a vanvera. Ma cosa sostiene di tanto geniale il Professore della Sapienza? A essere onesti, niente di che, ma accade che l’ovvio, se tutti si ostinano a negarlo, assuma una carica quasi rivoluzionaria quando qualcuno ha il coraggio di farsene ambasciatore. In verità, qualsiasi persona dotata di una vaga intelligenza, aliena a qualsivoglia forma prezzolata di malafede, e con alle spalle anche solo un buon diploma in ragioneria, sa che Salvini, Di Maio, Grillo, Renzi, Berlusconi – e chi più ne ha più ne metta – non c’entrano niente con il fascismo inteso in senso storico.

Nella stessa misura in cui chi è contrario all’immigrazione indiscriminata, o nutre dei dubbi sulle ong, nella maggior parte dei casi non ha niente a che spartire con il razzismo teorizzato da Adolf Hitler. Inutile spiegare a questi che razzismo, nella sua accezione storica – che peraltro non è circoscritto alla Germania –, significa: a) ritenere che esistano delle razze; b) che una o più di queste siano superiori a delle altre, evidentemente considerate inferiori; c) asserire che le razze inferiori vadano sterminate, o poste in subordinazione, con qualsiasi mezzo (nel caso del nazionalsocialismo, vi era proprio un piano passato alla storia con il nome di “soluzione finale”).

Ma restiamo a quanto dice Emilio Gentile. Animato da un sincero intento divulgativo, lo studioso ci spiega la pericolosità di affibbiare facili etichette a chiunque non sia in accordo con il pensiero prevalente in un dato momento storico, o all’interno di un certo contesto partitico. Persino quando c’era la Buonanima, nella galassia dei partiti di sinistra, ci si scambiava vicendevolmente l’accusa di essere comunque affini alle forze reazionarie. Insomma, quella di giocare a darsi del fascista, è una vecchia abitudine che è iniziata con il Ventennio e ha avuto corso durante tutta la storia repubblicana del paese. Sembra davvero che si stia parlando di bambini scemi, invece chi ha portato avanti tale prassi è la maggior parte delle presunte grandi menti che hanno guidato la sinistra nel tempo.

Gentile, oltre a sottolineare le varie differenze tra il partito mussoliniano e quelli attuali che di volta in volta gli vengono assimilati, mette in guardia contro il sistema della storia comparativa usato senza discernimento, insomma «l’idea che la storia mai si ripete ma sempre ritorna in altre forme». La “caccia alle somiglianze e analogie” è spesso fuorviante: «una sorta di gioco degli specchi deformanti […] Perché, per esempio, si è detto che il fascismo prima, e lo stalinismo dopo, sono stati il ritorno del bonapartismo sotto altre spoglie, così come il bonapartismo è stato il ritorno del cesarismo sotto altre spoglie». Il limite – anche logico, in tal caso – è che questo processo potrebbe andare avanti, indifferentemente verso il passato o il futuro, all’infinito.

Ma dunque: chi è fascista, visto che dal punto di vista del Professore qualcheduno ancora esiste? Senza la pretesa di voler esaurire il complesso e sfaccettato discorso dello studioso, la risposta, come dice lui stesso, è lapalissiana: «è fascista chi si considera erede del fascismo storico, pensa e agisce secondo le idee e i metodi del fascismo storico, milita in organizzazioni che si richiamano al fascismo storico, aspira a realizzare una concezione fascista della nazione e dello Stato, non necessariamente identico allo Stato mussoliniano. Inoltre è fascista chiunque ostenta idee, linguaggi, simboli, gesti che erano tipici del fascismo italiano». Per intenderci, neppure Casapound, o Forza Nuova – ma sì, abbondiamo! – corrispondono perfettamente a un simile identikit. Di più: «se sono fascisti tutti coloro che presentano le caratteristiche che tu hai descritto, dal primato dello Stato sovrano all’esaltazione del popolo, all’invocazione dell’uomo forte, allora erano fascisti i giacobini, i patrioti che hanno lottato per avere uno Stato indipendente e sovrano, gli americani che hanno votato per ben tre volte l’elezione di Franklin D. Roosevelt alla presidenza degli Stati Uniti, i britannici che hanno acclamato Churchill premier nella guerra contro Hitler, e i francesi che dal 1959 al 1969 hanno eletto De Gaulle capo dello Stato».

Insomma, sempre nelle parole di Gentile: «non credo che abbia alcun senso, né storico, né politico, sostenere che oggi c’è un ritorno del fascismo in Italia, in Europa, o nel resto del mondo». A questo punto, non vi resta che comprarvi il libro, giusto per sincerarvi del fatto che io non sia di parte, aprirvi una bella birra, stendere le gambe sul tavolo e rilassarvi: il fascismo non sarà mai un problema per voi. In compenso ne abbiamo ben altri, ma questo è tutto un altro paio di maniche.