Da Padova del 1979 a oggi, l’antagonismo senza rivoluzione

Il processo ad Autonomia Operaia fu una sconfitta per tutti. Nel frattempo internet e globalizzazione hanno stravolto la società

Un 7 aprile, come oggi ma tutt’affatto speciale, accadde anche esattamente quarant’anni fa, nel 1979. I millennials difficilmente possono saperlo, così come i loro fratelli maggiori. Magari qualcuno dei loro padri se lo ricorda. Ci fu la grande retata firmata dal pm padovano Pietro Calogero contro Autonomia Operaia Organizzata. Erano gli antagonisti del tempo, come dire Gilet Gialli o Black Bloc oggi, e il 7 aprile fu la risposta giudiziaria, se volete istituzionale, alla loro azione, politica e di lotta. Anche gli autonomi della fine degli anni ’70 erano violenti, un po’ guerriglieri urbani, un po’ casseur, pronti a colpire cose e persone in nome della lotta di classe. Gli effetti sembrano simili a quelli che vediamo ogni sabato in Francia, o nelle manifestazioni italiane di opposizione a qualcosa (No Expo, No Tav, No Tap), ma quante differenze!

Innanzitutto nelle motivazioni ideologiche, quindi nel progetto politico: l’antagonismo ha cambiato pelle e obiettivi in quattro decenni. La storia è andata avanti. Non si sa se la società è andata avanti o indietro. L’antagonismo c’è sempre, cambiato anche nei numeri. Oggi c’è una differenza fondamentale: quello sociale non ha più la deriva del terrorismo, come invece avvenne in quell’Italia imbarbarita dalle Brigate Rosse, colpita dalle bombe stragiste dei terroristi neri, schegge impazzite dei movimenti popolari le prime, schegge foraggiate dalle devianze istituzionali le seconde. La differenza ce la dice la storia: oggi non ci sono più le decine e decine di morti ammazzati per assassinio «politico» o per stragi cieche ma altrettanto «politiche».

Oggi il 7 aprile padovano resta come una pagina e forse una lezione di storia: perché, proprio per il ruolo degli accusatori e degli accusati, ha insegnato con le sue luci e ombre qualcosa a noi tutti cittadini, cioè alla democrazia. E il bello è che tra i protagonisti non ci furono vincitori: in diverso modo, non vinse l’accusa, non vinsero gli imputati, non vinse nessuna delle parti politiche (i partiti) che si schierarono. Paradossalmente, fu una sconfitta che insegnò a tutti. Emerse il «come non si deve fare»: per i magistrati (non tutti); per gli autonomi antagonisti; per i partiti; per i media, giornali e tv; per politologi e analisti. Emerse anche il «come non dev’essere» per le vite di molte persone, le vittime innanzitutto, ma anche le esistenze di una fetta di società allora giovane, sconvolte prima da una pratica politica border line e poi dalla mannaia giudiziaria.

Dopo il 7 aprile – anni dopo, fino ad oggi – piano piano alcuni passi avanti sono stati fatti. In tema di garantismo giudiziario, per esempio. Anche le istanze sociali hanno trovato strade non necessariamente «militari». I fondamenti ideologici sono cambiati così come i confini del mondo, che non ci sono più: se gli autonomi consideravano il loro terreno di pensiero e azione i distretti industriali del nord – gli operai che allora ancora esistevano – , gli antagonisti di oggi devono vedersela con la globalizzazione e le sue declinazioni ed effetti, dalla povertà diffusa in casa propria all’organizzazione dell’economia planetaria. Sono cambiate anche le risposte istituzionali per contrastare la protesta. Nel 1979 l’impianto accusatorio della procura di Padova partiva dal presupposto che gli ideologi di Autonomia Operaia e anche alcuni dei militanti lo fossero anche delle Brigate Rosse. L’imputato principe Toni Negri e il suo nucleo di docenti a Dottrina dello Stato a Scienze politiche divennero i «cattivi maestri» per antonomasia. Negri si beccò accuse da ergastolo, dall’insurrezione armata contro i poteri dello Stato, banda armata, rapine, mandante morale di omicidi.

Mentre, appunto il 7 aprile, le manette scattavano, si scatenò il dibattito: possono intellettuali, docenti universitari, giornalisti essere imputati per le loro idee? Era difficile individuare il confine tra l’insegnamento di Negri e il putiferio che tra il ’77 e l’80 successe a Padova: professori universitari sprangati, tre gambizzazioni, espropri proletari, rapine, notti dei fuochi. Più di 700 episodi di violenza che provocarono danni su danni e paura. Negri, guru sostanzialmente incomprensibile nei suoi scritti, era il motore? Da detenuto inviò una lettera al Corriere della sera scrivendo che «la violenza non è un diritto, è un dovere». C’era chi lo accusava di predicare un novello «armiamoci e partite».

I processi ad Autonomia finirono, dopo contrapposizioni tra gli stessi magistrati, con assoluzioni e condanne. Non venne dimostrato nessun contatto con le Brigate Rosse, cadde l’ipotesi di insurrezione armata così come cadde il reato associativo per gran parte dei militanti, condannati invece per fatti specifici. Dei processi, caso raro in Italia, si occupò anche Amnesty International, stigmatizzando la lunghezza della carcerazione preventiva, i processi lenti, alcune forzature procedurali. Oggi, si è detto, l’antagonismo ha cambiato pelle, e così la risposta istituzionale. Il movimento no-global, all’alba del Terzo Millennio, declinato nei «disobbedienti» di casa nostra, è stato perseguito per reati specifici e non associativi: danneggianenti, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, interruzione di pubblico servizio. La sua evoluzione nei new-global pare allontanarsi dalla violenza come pratica abituale e finisce meno in galera. I centri sociali forniscono manodopera antagonista rigorosamente locale. Si spostano invece per tutta Europa quelli del Black bloc, professionisti della guerriglia che sembra essere diventata obiettivo pratico e non ideologico.

A loro, se li arrestano, si contestano i reati di devastazione e saccheggio, con pene peraltro dagli 8 ai 15 anni. Una monade a sé restano gli anarchici: mettono ordigni esplosivi, spediscono pacchi bomba, alla vecchia maniera. E quindi per loro i reati contestati sono quelli di strage, associazione con finalità eversive, atti di terrorismo. E’ in corso a Torino il processo «scripta manent», per i due imputati maggiori il pm ha chiesto 30 e 29 anni. Ma sono gli unici, gli anarchici, a cui è contestato un reato associativo. Cosa vuol dire? Che non c’è più paura della rivoluzione, neppure ipotizzata. Perché non ci sono le condizioni, perché nessuno è in grado di farla. Sono state altre, nel frattempo, le rivoluzioni: internet, la finanza, la globalizzazione. Nel 2001, al G8 di Genova, uno striscione no-global recitava: «voi G8, noi sei miliardi». Sì, ma impegnati a fare cosa?

(ph: Wikipedia)