Amarone, hai stufato

Il Vinitaly ha tanti pregi e pochi difetti. Ma il settore vinicolo accusa la mancanza di senso critico. E invece si potrebbe migliorare

Vinitaly, al solito una grandissima manifestazione, probabilmente la più importante che ci sia in Italia in campo fieristico, certamente la più rilevante per il Veneto e il Nord Italia. Tanti pregi, pochi difetti. Ma in queste cose o si va a avanti, si migliora e si progredisce (e molto), oppure si rischia di sparire. Il problema maggiore è appunto che il Vinitaly, in senso più esteso il vino italiano, è diventato un tabù, un Sancta Sanctorum, non se ne può che parlare bene. Anche gli esperti (e nel campo del vino ce ne sono molti di improvvisati) si preoccupano solo di elogiare i vini. I giornali sono pieni di recensioni, tutte positive, come se in Italia si producessero solo vini eccezionali, di qualità ottima e prezzo ideale. Anche in occasione di questo Vinitaly la critica specializzata, come in altri campi in Italia, non risulta pervenuta.

Soprattutto in un campo di preferenze soggettive ci saremmo quindi aspettati qualche osservazione più puntuta, anche in vista di orientare il mercato verso possibili miglioramenti. Sembra che il problema di fare il vino meglio e più a buon prezzo non esista, che tutto si riduca a una questione di marketing e non di prodotto. Invece noi vorremo dire, ad esempio, che l’Amarone ci ha stufato, non perché Amarone, ma perché i vini di moda sono una contraddizione e poi i produttori che si piegano alle mode (magari cambiando perfino gli impianti) ci fanno sorridere. Non siamo certi che nei prossimi anni il prezioso vino veronese, che ha rivoluzionato la produzione nella «zona» (miracolosamente estesa) del Valpolicella crollerà sui mercati internazionali, ma un pensierino a tirare i remi in barca con l’Amarone noi ce lo faremmo.

Poi c’è la questione del Prosecco, che è un orgoglio veneto, che domina il mondo etc. etc., ma che se riduce la sua sete di profitti forse non rischia di fare la fine di quell’uccello ingordo – come diceva mia nonna – cui «crepa» il gozzo. Il Prosecco sarà anche una meravigliosa macchina da guerra che non si tocca, ma in ogni caso, una riduzione delle quantità di uva prodotte, la diminuzione della produzione, un miglioramento della qualità media e la progressiva eliminazione dell’uso di prodotti chimici sono alcuni dei provvedimenti che – senza avere la pretesa di essere grandi scienziati – potrebbero essere adottati anche con la sola sapienza contadina.

Già che ci siamo, avendo letto sui giornali che esisterebbe una certa tendenza al vino biologico, vorremmo fare un’ultima osservazione, dalla parte del consumatore. È auspicabile che in futuro i consumatori abbiamo maggiori certezze che il lavoro in cantina sia sempre meno importante di quello in vigna. Che la qualità dell’uva sia il primo fattore determinante delle caratteristiche del vino e non la chimica. L’etichetta «biologico», come tutte le etichette non ci interessa. Ci interessa invece sapere che chi produce vino sappia che uva sta usando, e se possibile l’abbia raccolta sui propri campi, che si era curato amorevolmente. Non siamo contro i grandi produttori e le cantine sociali, ma siamo a favore che si sappia bene da dove viene l’uva che poi si utilizza per fare il vino, evitando di correre il rischio che l’unica variabile che non conta sia appunto la materia prima… tanto poi il cantiniere fa miracoli. Il ciclo produttivo andrebbe esplicitato in etichetta, molto più di certe avvertenze sulle calorie o peggio sui rischi del vino, che lasciano il tempo che trovano.

Infine, un’ultima osservazione. Bisogna rivolgere maggiore attenzione alla cultura del vino, in particolare verso i giovani, le scuole. Per evitare un uso distorto e criminale del vino, ma anche per sostenere i consumi di qualità. La scienza prima o poi si metterà d’accordo. Noi siamo tra quelli che ritengono che un bicchiere di vino al giorno non possa fare male, anzi. Ci vuole maggiore impegno (e più investimenti) per educare i ragazzi al rispetto e all’amore per il vino, il cui uso dovrebbe rientrare all’interno di programmi formativi per una corretta ed equilibrata alimentazione, che invece sono scarsi. Va detto chiaramente che i pastrocci industriali e da bar fanno male al fegato e sono il danno peggiore per il mercato del vino e per i giovani. Lo spritz danneggia il Prosecco, anche se ne aiuta la commercializzazione. Il vino va presentato come una bevanda naturale, alternativa e contraria agli stimolanti della «balla» del fine settimana. Il vino aiuta a bere responsabilmente, se presentato correttamente come un prodotto naturale, di qualità e a buon prezzo. Ma per fare questo bisogna lasciar stare le mode e i profitti a breve, e finanziare programmi di informazione e di produzione seri di medio-lungo periodo, perché il vino – veramente – più di qualsiasi altra bevanda è cultura.