Tribunale Venezia: «legge Cirinnà discrimina genitori gay»

Per i giudici del tribunale di Venezia, la Legge Cirinnà sulle unioni civili discriminerebbe i genitori gay, presentando pertanto aspetti di incostituzionalità. Un paradosso che emerge dal caso di una coppia di donne veneziane unite civilmente. Come riporta Andrea Priante sul Corriere del Veneto di oggi, due anni fa una di loro si è sottoposta a fecondazione assistita da donatore anonimo in una clinica di Copenaghen. Alla nascita del bimbo, a Mestre, le due donne si sono rivolte al Comune di Venezia chiedendo di indicare entrambe nell’atto di nascita. L’ufficiale di stato civile, però, si è rifiutato e ha indicato il bambino come «nato dall’unione naturale con un uomo, non parente né affine» con la partoriente, senza indicare il cognome della compagna. La coppia ha quindi fatto ricorso al tribunale, chiedendo di dichiarare illegittimo il rifiuto del Comune e di far rettificare l’atto di nascita.

I giudici però hanno rimesso la questione nelle mani della Corte costituzionale. Per il tribunale, infatti, il decreto sulle unioni civili, non disciplinando il contenuto dell’atto di nascita, non «realizza il diritto fondamentale alla genitorialità dell’individuo» previsto dall’articolo 2 della Costituzione. La stessa legge Cirinnà, inoltre, violerebbe anche «l’articolo 3 della Costituzione che assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine sociale, qual è lo stigma tradizionalmente subito dagli omosessuali, al pieno sviluppo della loro personalità» e genererebbe una disparità ai danni del bambino, visto che «il rispetto del principio di uguaglianza impone che egli non sia discriminato dalla Legge e dunque sotto-tutelato sul piano sia morale che materiale in considerazione delle caratteristiche della relazione tra i genitori, e in particolare se questa sia omosessuale».

I giudici sottolineano inoltre che «il matrimonio non costituisce più il discrimine nei rapporti tra genitori e figli», i quali «devono godere della medesima tutela indipendentemente dalla forma del legame tra coloro che ne assumono la genitorialità […] L’acquisto dello status di figlio di entrambe le parti dell’unione civile, va dunque riguardato come ineludibile presupposto per l’accesso del minore alla massima tutela che gli spetta». L’ordinanza del tribunale precisa infine che la legge «pregiudica i diritti inviolabili della persona, quali quello alla genitorialità e alla procreazione, discrimina i cittadini per il loro orientamento sessuale e in considerazione delle condizioni patrimoniali della coppia». Infatti, se il bambino nasce all’estero, la trascrizione di entrambi i genitori nello Stato civile è automatica e questo spinge le coppie che possono permetterselo a portare a termine la gravidanza fuori dall’Italia. (r.a.)

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