Bullismo e cyberbullismo: e anche lo sport giovanile ce lo siamo giocato

I calciatori di Scorzè che insultano l’arbitro su Instagram. La rasatura a zero dei nuotatori vicentini. Il giocatore di Creazzo squalificato per 10 partite per un insulto razzista. Che succede fra i ragazzi?

Quattro giovani calciatori categoria Giovanissimi Under 15 dello Sporting Scorzè, provincia di Venezia, squalificati per sei mesi perché, dopo una partita persa per 2-1 in trasferta, rintracciano l’arbitro su Instagram e lo insultano pesantemente. Cyber bullismo nello sport. Di ragazzi con meno di 15 anni.

Nel 2012 una squadra di nuoto vicentina è in Svizzera per una gara. Una sera, prima delle prove, atleti più anziani in-vitano in camera due ragazzini di dieci anni e tagliano loro i capelli a zero. I nuotatori artefici della rasatura si difendono dicendo che è stata una sorta di rito goliardico pre-gara. Il giudice li condanna per violenza privata. Bullismo nello sport. Le vittime non sono ancora adolescenti.
Un giocatore di 15 anni dell’Union Olmo Creazzo, provincia di Vicenza, è squalificato per dieci giornate perché, recita la sentenza del Giudice Sportivo, «apostrofava con espressione offensiva di contenuto razzista» un avversario di colore nel corso di una partita del Campionato Giovanissimi. Si difende accusando dell’ingiuria un compagno di squadra che si trovava fuori campo. Il Giudice Sportivo trasferisce la condanna a quest’ultimo. Che però non c’entra nulla. Il suo ricorso alla Corte Sportiva di Appello Territoriale è respinto e il giovane calciatore è costretto a saltare gli ultimi tre mesi di campionato. Ma è innocente.

Il bullismo avvelena il mondo dei giovani e lo sport giovanile ne è inevitabilmente contaminato. Una indagine condotta da Telefono Azzurro e Doxa Kids nel 2017 rivela che il 10% dei ragazzi intervistati nelle scuole italiane è stato vittima di bullismo in ambienti sportivi. La associazione denuncia che da parte delle famiglie c’è una sottovalutazione del fenomeno: il 12% degli adulti ritiene che il bullismo sia sempre esistito e non sia un fenomeno così grave.

Bruno Molea, presidente di AICS, ente di promozione sociale e sportiva con 900.000 soci, sostiene che «lo sport è l’ambiente che offre le occasioni migliori per superare il disagio, grazie al dialogo, alla condivisione, al valore sportivo dell’impegno comune. È da qui che dobbiamo cominciare» (Corriere della Sera, 18 maggio 017) Per Raffaella Masciadri, cestista italiana, presidente della Commissione nazionale degli Atleti del CONI: «Il ruolo dello sport è molto importante perché gli sportivi possono essere un buon esempio, uno stimolo positivo per aiutare soprattutto le vittime» (SanitàInformazione.it). Sulla stessa linea, e sempre su quest’ultimo sito, Giovanni Malagò, presidente del Comitato Olimpico italiano: «la partita si gioca tutta sulla prevenzione. E gli sportivi sono un ottimo esempio da imitare. I nostri campioni potrebbero aiutare i giovani a ragionare prima di cascare in questi errori che oggi, soprattutto nell’era del digitale, sono dietro l’angolo».

Ma è davvero fondata questa fiducia nello sport come antidoto al bullismo? Marina Gerin, psicologa dello sport e vicepresidente della Società Italiana di Psicologia dello Sport, intervistata dal sito Nostrofiglio.it, fa una analisi del fenomeno che sembra contraddire questa visione ottimista. Il bullismo spiega infatti Gerin «è un fenomeno che può verificarsi tanto negli sport individuali che in quelli di squadra, tanto negli spogliatoi quanto durante gli allenamenti, le gare o le partite: si prende di mira un compagno e lo si aggredisce con insulti pesanti, in genere riferiti alla sfera sessuale, fino a forme di violenza fisica. Accanto al bullismo vero e proprio -aggiunge la psicologa- possono esserci forme meno marcate e più subdole, in cui il ragazzo o la ragazza vengono presi in giro ad esempio per l’altezza, il peso, la provenienza geografica, l’abbigliamento o altri aspetti che vengono fatti percepire come difetti da ridicolizzare. Sono situazioni che possono far soffrire, minare l’autostima, fino a indurre il giovane atleta preso di mira ad abbandonare la pratica sportiva».

Dalle sue parole sembra proprio che la mentalità sportiva e l’esempio dei campioni per ora non riescano nemmeno ad arginare il fenomeno, largamente trasversale in tutti gli sport e non sempre capito nella sua negatività e quindi combattuto all’interno delle società e delle squadre.
Però il mondo dello sport comincia a muoversi. Una risposta interessante è arrivata dal Top Volley Latina e dall’azienda farmaceutica AbbVie, che hanno avviato nelle scuole il progetto etico #accendiamoilrispetto, giunto alla quarta edizione e che, quest’anno, si svilupperà dal Lazio all’Umbria fino alla Calabria e prossimamente anche in Veneto. L’obiettivo è quello di portare i campioni del grande volley di Superlega a stretto contatto con gli studenti per esporre le problematiche, i rischi e, allo stesso tempo, ascoltare le storie e rispondere alle domande dei ragazzi.

Una iniziativa analoga c’è stata anche in Veneto, promossa dal Club Valpolicella Rugby, nel giugno 2018: gli studenti dell’istituto agrario «Stefani Bentegodi» e dell’istituto «Levi-Calabrese» hanno incontrato al campo di gioco di San Pietro in Cariano i giocatori di serie A del Valpolicella Rugby per parlare del problema del bullismo e di come contrastarlo.
La piega più difficile del fenomeno è legata alla variante del cyberbullismo. «Attraverso la rete – scrive Isabella Faggiano su SanitàInformazione – il bullo può raggiungere la sua vittima sempre, anche di notte, fin dentro la sua stanza». E quando l’attacco è portato fuori dal campo o dalla palestra, lo sport può fare ben poco.

(ph: Matimix – Shutterstock)